CATTOLICI E MONDIALIZZAZIONE

Memoria e lungimiranza

XI Forum progetto culturale: globalizzazione tra crisi e opportunità

"La memoria escatologica è il massimo contributo che i cristiani possono apportare alla mondializzazione", perché "relativizza la logica spaziale del potere e ne mostra tutti i limiti antropologici, garantendo quella necessaria riserva di quella umanità, che molti ritengono si stia drammaticamente esaurendo nel mondo contemporaneo". Ne è convinto Francesco D’Agostino, docente di filosofia del diritto e di teoria generale del diritto all’Università di Roma Tor Vergata, che intervenendo all’XI Forum del progetto culturale – in corso a Roma sul tema: "Processi di mondializzazione, opportunità per i cattolici italiani" – si è soffermato sul concetto di "cattolicità religiosa" come "condizione di possibilità fondamentale della mondializzazione". "Il processo di mondializzazione è irreversibile, ha spiegato il relatore, ma "non può essere abbandonato a se stesso", al contrario "va sempre continuamente stimolato, promosso, riqualificato". È sui cattolici, secondo D’Agostino, che "grava in particolare questo compito": "Un compito complesso, che essi però sono ben in grado di fronteggiare, se s’impegnano a mettere a frutto le loro risorse". Risorse, ha puntualizzato, che "non vanno pensate nella loro dimensione privata, intimistica, al limite mistica, bensì nella loro dimensione pubblica". In questa prospettiva, ha concluso D’Agostino, "il compito che grava sui cattolici è quello di comunicare il loro essere al servizio dell’intera famiglia umana".

Le due fasi della crisi. Carlo Secchi, docente emerito di politica economica europea all’Università Bocconi e vicepresidente dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) di Milano, ha analizzato le due fasi della crisi economico-finanziaria, nata il 15 settembre 2008 con il fallimento della banca d’affari americana Lehman Brothers. "La prima crisi – ha spiegato – ha avuto chiaramente origine dagli eccessi nel mondo della finanza, che aveva raggiunto in tali settori livelli d’indebitamento superiori al valore di mercato delle attività di riferimento quali garanzie". In quella fase, "non solo si è assistito alla mancanza di un prudente equilibrio tra attività e passività delle istituzioni finanziarie, ma la cosiddetta ‘ingegneria finanziaria’ ha trasformato molte operazioni in strumenti complessi e di difficile comprensione e controllo, che da strumenti di copertura del rischio hanno assunto velocemente il ruolo di strumenti per la pura speculazione". Grazie anche alla vigilanza "del tutto inadeguata" sulle istituzioni finanziarie, e al ruolo svolto dalle agenzie di rating, la crisi originata negli Stati Uniti "si propagò rapidamente in tutto il mondo, con un effetto di contagio che ha messo a rischio la sopravvivenza di molte banche spesso salvate con fondi pubblici dai governi dei Paesi di appartenenza". Mentre sembrava che il mondo degli istituti finanziari stesse ritrovando una propria quasi-normalità operativa, una seconda fase della crisi – ha ricordato Secchi – esplose a inizio 2010, colpendo in particolare i debiti "sovrani", cioè dei vari Stati, in particolare europei. "Con l’esplodere della seconda fase della crisi – ha fatto notare il relatore – ci si è resi conto che anche gli Stati, pure se industrialmente avanzati, possono fallire", perché "la radice del problema sta nei livelli d’indebitamento causati da politiche dissennate nella gestione della finanza pubblica".

Europa, "unica speranza". "L’Europa potrà sentirsi al sicuro nell’economia e nella finanza globalizzata solo realizzando una vera Unione che sia anche politica", passando, cioè, anche attraverso "l’unione bancaria, l’unione fiscale e l’unione economica". È la "ricetta" per il nostro Continente fornita da Secchi. "La crisi – ha spiegato – ha colpito l’Europa, pur non essendosi originata in Europa, perché, rispetto ad altre aree economiche mondiali, era quella caratterizzata dal maggior grado d’imperfezione dal punto di vista istituzionale: politiche fiscali non coordinate, sistemi bancari, ancora legati alla vigilanza e agli interessi nazionali, e politica monetaria non in grado di fungere da prestatore di ultima istanza, per non parlare di quanto manca all’effettiva realizzazione del mercato unico". Pur con le "debolezze" che la crisi ha fatto emergere, ha concluso Secchi, l’Unione europea "rappresenta non solo l’unica speranza per i cittadini europei, che li metta al riparo dalle guerre del passato e che possa garantire un futuro di prosperità, ma rimane un modello per il resto del mondo".