CATTOLICI E MONDIALIZZAZIONE

Scelta di responsabilità

Il dibattito dell’XI Forum del progetto culturale Cei

Due giorni (1 e 2 dicembre) di intenso e partecipato confronto tra docenti ed esperti, stimolati dalle due relazioni di Carlo Secchi e Francesco D’Agostino. Questo, in sintesi, l’XI Forum del progetto culturale, svoltosi a Roma in questi giorni sul tema: "Processi di mondializzazione opportunità per i cattolici italiani". "Il dibattito è stato veramente alto, e tutto sul tema del convegno", ha detto il card. Ruini, che nelle sue conclusioni ha elogiato e ringraziato, oltre al Servizio nazionale della Cei per il progetto culturale che l’ha organizzato e ai relatori principali, i circa 200 partecipanti ai lavori. Di seguito, alcuni "spunti" tratti dal dibattito.

Cattolici e politica. "L’impegno politico dei cattolici è importante, per passare dalla globalizzazione ad una convivenza basata sulle radici cristiane". Lo ha detto lo storico Agostino Giovagnoli, secondo il quale la "carità in senso culturale" e la “carità politica" possono essere l’antidoto al "relativismo etico molto diffuso in Europa, che ha abbandonato un orizzonte etico condiviso". A lanciare un invito a "riscoprire, nel mondo globalizzato, la priorità della politica, che non vuol dire eliminare il ruolo dell’economia" è stato Giuseppe Savagnone, responsabile della pastorale della cultura della diocesi di Palermo. Soffermandosi sullo "stile" dei cattolici in un contesto di mondializzazione, Savagnone ha messo in guardia dal rischio di "concepire la carità come astratta retorica di dover dare agli altri, perché non nutrita dalla carica erotica dei grandi desideri, delle grandi passioni che poi sono in grado di trasformare l’éros in agape", come ci insegna il Papa nella Deus caritas est. "Il grande problema, nel contesto della globalizzazione – ha detto il relatore – è quello di restituire all’economia, che oggi detta l’ordine del giorno ai nostri sogni, il suo ruolo, e di acquisire la consapevolezza che la speranza viene da una libera scelta della politica, non da quella asettica dell’economia". "La Chiesa cattolica – ha affermato Vittorio Possenti, docente di Filosofia morale all’Università di Venezia – è forse oggi l’unica istituzione globale capace di delineare una prospettiva di natura politica". Una "responsabilità politica", questa, che "non può essere delegata a nessun altro ambito", e che nella dottrina sociale della Chiesa, da Pio XII in poi, per il filosofo ha ricevuto "un’attenzione alquanto attenuata" rispetto al passato. Con l’unica eccezione della Pacem in Terris, che, secondo Possenti, "dopo la Rerum Novarum è il documento più alto e composito sulla dottrina sociale della Chiesa dell’epoca moderna".

Mescolanza e cultura umanistica. "Oggi assistiamo a una rapida mobilità delle culture senza spostamenti di popolazioni". A farlo notare è stato l’antropologo Fiorenzo Facchini. Si tratta, ha spiegato l’esperto, di una sorta di "globalizzazione amplificata", che dà luogo ad una "mescolanza di tratti culturali" diffusi soprattutto attraverso i media, mediante i quali "si diffondono rapidamente informazioni, modi di pensare, stili di vita che vanno verso l’omogeneizzazione". Di fronte a "una rete neuronale che avvolge l’umanità senza limiti di spazio", ha fatto notare Facchini, "c’è chi propone un meticciato di culture, ma data la rapidità di diffusione e di scambio, forse è più appropriato parlare di mescolanza di tratti culturali". In questo contesto, i cattolici secondo il relatore, a partire della consapevolezza della propria identità, devono "evidenziare come punti di forza i valori umano nella loro essenzialità, condivisi da tutti a prescindere dalla religione dalla cultura". A proporre il primato della "cultura umanistica", come antidoto al modello di globalizzazione oggi dominante, è stato lo storico Giorgio Campanini, secondo il quale nello scenario attuale i cattolici devono innanzitutto "farsi promotori della trasmissione di un’autentica cultura, non privata però della sua essenziale dimensione umanistica". Al contrario, invece, "il modello di globalizzazione che oggi si sta imponendo è essenzialmente tecnologico, che giunge al massimo ai media ma non riesce ad entrare in profondità".

L’attualità del Medioevo. Per scongiurare i rischi di "un provincialismo europeo", lo storico Nicolangelo D’Acunto ha proposto un "ritorno" – aggiornato – al Medioevo, sulla scorta di quella corrente che negli Stati Uniti ha preso il nome di "New medievalism", e che si basa su un’analogia tra il post-moderno e l’età medioevale, concepita come "attuale" perché "rappresenta un’epoca pre-statale". "In un’Europa in cui è in crisi il concetto di sovranità degli Stati – ha spiegato il relatore – si riaprono alcune sfide che si rivelano vitali per l’Occidente". "Non a caso", per D’Acunto, "si registra oggi un ritorno dei cristiani come formatori, ad esempio nella scuola, dove lo Stato subisce i contraccolpi di un sistema che non riesce più a gestire, o negli ospedali, dove le realtà cattoliche svolgono un insostituibile ruolo di supplenza – oggi fortemente minacciato dalla crisi economica e finanziaria – o nel campo dell’assistenza, in cui i cattolici sono da sempre in prima fila". Tutti settori e ruoli, questi, che "nel Medioevo i cristiani gestivano in prima persona, poi lo Stato ha avocato a sé nel Settecento e ora si trova in grande difficoltà".