FRIULI VENEZIA GIULIA
Approvata la riforma sanitaria: tagli alle spese e riorganizzazione territoriale
La riforma sanitaria del Friuli Venezia Giulia è ufficialmente legge dallo scorso 3 dicembre. Approvata con i 28 voti favorevoli della maggioranza e 21 voti contrari, punta a razionalizzare le spese relative al sistema sanitario locale, portando a tre le attuali sei Aziende. Il provvedimento, che entrerà in vigore tra poco più di un anno, ovvero dal 1° gennaio 2014, contiene numerose modifiche che condurranno al mutare dell’attuale assetto sanitario regionale, il tutto in un’ottica di risparmio; già quest’anno è stata ridotta del 2% la parte di bilancio destinata alla sanità.Cosa cambia, cosa rimane. Attualmente il panorama regionale vede l’esistenza di sei Aziende sanitarie locali (Triestina, Isontina, Alto Friuli, Medio Friuli, Bassa friulana, Friuli occidentale) divise al loro interno in distretti. Con la normativa approvata dal Consiglio si assisterà a una riorganizzazione di quanto già esistente, che verrà accorpato e portato a tre nuove realtà amministrative: la Giuliano-Isontina, la Friulana e quella per il Friuli occidentale. Le Aziende accorpate saranno quindi la “Triestina” e l'”Isontina”, che diventeranno un’unica realtà, così come “Alto Friuli”, “Medio Friuli” e “Bassa Friulana” saranno un unico sistema che unirà tutti i Comuni della Provincia di Udine. Nessun cambiamento invece per l’Azienda sanitaria “Friuli occidentale”, per le Aziende ospedaliero universitarie di Trieste e Udine e per l’Azienda ospedaliera di Pordenone, così come per gli Istituti di ricerca e cura a carattere scientifico “Burlo Garofolo” di Trieste e il Centro di riferimento oncologico di Aviano (Pordenone), che manterranno il loro attuale assetto. L’Istituto di medicina fisica e riabilitazione “Gervasutta” di Udine passerà dall’Azienda sanitaria “Medio Friuli” all’Azienda ospedaliero universitaria udinese. Infine gli ospedali di rete che andranno a costituire un unico polo ospedaliero, costituendo quindi un’unica struttura operativa aziendale, saranno Gorizia con Monfalcone, Cividale con Gemona, Latisana, Palmanova, San Daniele e Tolmezzo. Il provvedimento porterà alla riduzione dei dipartimenti di prevenzione, salute mentale e dipendenze attualmente operanti, e al dimezzamento dei distretti, che passeranno da venti a dieci. Grande preoccupazione. In seguito alla decisione del Consiglio regionale il dibattito si è acceso anche all’interno del mondo cattolico. È viva la preoccupazione di mons. Dino Pistolato, responsabile della Commissione per la salute della Conferenza episcopale triveneta: “Oggi una riduzione dei costi è necessaria, ma è il cittadino a rischiare di trovarsi in difficoltà. Servono ospedali specializzati così come garanzie di assistenza territoriale; la mia preoccupazione è vedere un intasamento ad esempio nei Pronto soccorso, perché gli utenti rischiano di non sapere a chi rivolgersi”. Secondo il responsabile della Commissione una riforma andrebbe effettuata “in seguito a una lettura demografica dei territori, grazie alla quale organizzare la giusta assistenza. Un esempio: città con elevata presenza di anziani come Trieste hanno certamente bisogni diversi da quelli di città con una popolazione più giovane”. Riguardo poi agli accorpamenti e alla riduzione dei distretti, mons. Pistolato si domanda se, in previsione di altre riduzioni future, le strutture esistenti saranno adeguate a far fronte alle nuove necessità o se si andrà incontro a ulteriori allungamenti delle liste d’attesa.Tener conto delle zone disagiate. Di idee simili anche Cristiana Gallizia, membro della Comunità di ricerca su welfare, sanità e assistenza dell’arcidiocesi di Udine, la quale ricorda quanto si fossero battuti “come territorio dell’Alto Friuli affinché il progetto precedente, che prevedeva un’azienda unica territoriale e l’accorpamento degli ospedali, non venisse attuato, ritenendo necessario che ospedale e territorio restassero uniti dal punto di vista gestionale ed operativo”. La dottoressa sottolinea tuttavia anche aspetti non del tutto negativi di questo riordino. “La maggior critica che finora ho sentito in merito alla riforma è che rappresenta un contenitore vuoto: effettivamente gli aspetti organizzativi sono tutti da inserire, ma la cornice è confacente alla contingenza del momento; sarà compito dei politici e degli amministratori dipingere un quadro coerente con le necessità socio-sanitarie, di salute e con i finanziamenti a disposizione”. Un’ultima riflessione di Gallizia va al futuro dei territori più fragili, come quello montano: “Oggi avere il servizio sotto casa non sempre è sinonimo di qualità dello stesso; si tratta però di destinare equamente le risorse e l’accessibilità alle strutture sanitarie e socio-sanitarie, tenendo sempre ben presente che le zone disagiate devono godere di ragionamenti più elastici e non essere vincolate da puri calcoli economici e numerici”.a cura di Selina Trevisan(11 dicembre 2012)