BENI CULTURALI
Due volumi sugli archivi e le biblioteche ecclesiastiche
Due testi dedicati agli archivi e alle biblioteche ecclesiastiche. Sono i volumi "Archivi e biblioteche ecclesiastiche del terzo millennio. Dalla tradizione conservativa all’innovazione dei servizi", a cura dell’Ufficio Cei per i beni culturali ecclesiastici (Roma, Gangemi 2012), e "Consegnare al futuro. Archivi e biblioteche", a cura di Ugo Dovere (Noventa Padovana, Mediagraf 2012), che verranno presentati oggi pomeriggio a Roma (ore 16.30, Biblioteca nazionale centrale, viale Castro Pretorio 105). L’iniziativa, condivisa con la Biblioteca nazionale centrale, vedrà il saluto del direttore della biblioteca, Osvaldo Avallone, seguito dall’introduzione di mons. Stefano Russo, direttore dell’Ufficio Cei per i beni culturali ecclesiastici, e di Rosanna Rummo, dirigente del Ministero per i beni e le attività culturali (Mibac). Presenteranno i due volumi rispettivamente Paul Gabriele Weston, referente scientifico dei progetti archivi e biblioteche Cei, e mons. Ugo Dovere, curatore del secondo volume. A moderare gli interventi sarà don Ivan Maffeis, vicedirettore dell’Ufficio Cei per le comunicazioni sociali. I due testi raccontano, da una parte, i frutti di un decennio di collaborazione sempre attiva tra Cei e Mibac e i rispettivi progetti in via di sviluppo; dall’altra raccolgono i contributi dei docenti impegnati nel corso di specializzazione promosso dall’Ufficio Cei, dedicato alla conservazione dei materiali archivistici e librari. Maria Michela Nicolais, per il Sir, ha rivolto alcune domande sul significato dell’iniziativa a mons. Stefano Russo.
Come sintetizzerebbe il percorso di collaborazione compiuto, in questi dieci anni, da Cei e Mibac?
"A poco più di dieci anni dall’Intesa direi che il dialogo è cresciuto e tanti istituti culturali hanno adottato un atteggiamento di sempre maggior ordine nel curare il proprio patrimonio. Un dato che emerge è quello dell’impegno significativo e crescente di tanti laici, sacerdoti e consacrati che in mezzo a non poche difficoltà, per e nella comunità cristiana, stanno realizzando un servizio, nascosto ai più, che in realtà costituisce un atto di alta carità nei confronti degli uomini del nostro tempo. Questa accresciuta attenzione si è rivelata un importante contributo per tutta la comunità ecclesiale, ma anche per la società, che è diventata sempre più capace di mettere a disposizione di chiunque ne sia interessato il proprio patrimonio, in modo attento e qualificato".
Qual è lo "stato di salute" degli archivi e delle biblioteche ecclesiastiche?
"Direi che ci sono segnali positivi. In molte diocesi c’è ormai un itinerario di qualificazione degli operatori: specialmente gli istituti culturali più piccoli, infatti, devono fare i conti con difficoltà economiche e non sono in grado di assicurare collaborazioni professionali stabili. Significativa, tra i volontari e gli operatori, è la presenza di giovani fortemente motivati: è un modo, questo, molto bello di dare il proprio contributo al ‘progetto culturale’ sul territorio".
Il recupero della memoria attraverso il patrimonio storico-artistico quale contributo offre alla nuova evangelizzazione e qual è, in proposito, l’impegno dei giovani?
"Per prendersi cura adeguatamente di un patrimonio artistico come il nostro ci vogliono persone appassionate e fortemente motivate. La Chiesa, da parte sua, coltiva da tempo questa attenzione. Se si girano le nostre diocesi, è facile constatare come nei musei e nelle chiese sempre più vi siano giovani operatori e volontari che sanno ‘restituire’ ai visitatori il senso della cura dei beni ecclesiastici come un patrimonio vivo, che spesso continua a essere utilizzato anche nelle nostre liturgie. C’è un impegno crescente a far emergere che quello ecclesiastico è un patrimonio storico-artistico la cui identità non può essere pienamente compresa se non legandola al vissuto della fede, cioè al contesto che lo ha generato: non solo la Chiesa del passato, ma anche quella di oggi".
Il futuro dei beni culturali si gioca sui binari della memoria e dell’innovazione: quali i suggerimenti della Chiesa italiana su questi due versanti?
"La memoria implica, per la Chiesa italiana, la consapevolezza che non basta solo avere un patrimonio, quello dei beni culturali, che nel nostro Paese è enorme e stimato tra i più vasti al mondo, ma che quel patrimonio è legato a filo doppio e s’intreccia continuamente con la vita concreta delle nostre comunità, con la loro storia, con il cammino di fede. In secondo luogo, è altrettanto essenziale la presa di coscienza che questo patrimonio va conservato, catalogato e tramandato in maniera ordinata, e a questo fine i moderni strumenti tecnologici che abbiamo a disposizione, uniti alla qualità degli operatori coinvolti nei progetti di catalogazione, costituiscono una grande opportunità. Non sempre questa attenzione, nelle nostre comunità, è stata presente in maniera adeguata, ma il cammino intrapreso in questi anni ci permette di guardare al futuro in maniera confortante".