AIUTI UMANITARI
Caritas internationalis: difficile aiutare mentre è assente la comunità internazionale
Per il 2013 serviranno 8,5 miliardi di dollari per aiuti umanitari urgenti a 51 milioni di persone in 16 Paesi, soprattutto in Somalia, Sud Sudan, Sudan e R.D.Congo, Afghanistan, Mali. Altri fondi specifici saranno chiesti il 19 dicembre per l’emergenza in Siria, per aiutare un milione e mezzo di sfollati, di cui un milione all’interno del Paese. Alla Siria sono stati già destinati 348 milioni di dollari nel 2012. Probabilmente ne serviranno molti di più. Sono gli appelli lanciati oggi a Roma e Ginevra, in due conferenze stampa congiunte. A Roma si è svolta nella sede del Pam (Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite World food programme). Valerie Amos, sottosegretario generale dell’Onu per gli affari umanitari e coordinatore per gli aiuti d’emergenza, ha lanciato l’appello, a nome di 520 organizzazioni umanitarie internazionali. Nel 2012, su un appello globale di 5,3 miliardi di dollari, è stato coperto solo il 60% del totale. "I bisogni umanitari continuano a crescere nel mondo e ci sono milioni di persone che soffrono per gli effetti di disastri e conflitti – ha affermato Amos -. La gente ha bisogno del nostro aiuto e sostegno mentre lotta per ricostruire la propria esistenza". "Il nostro comune lavoro in questi 16 Paesi – ha detto Ertharin Cousin, direttore esecutivo del Pam – rafforza la nostra risposta. Rispondiamo ai bisogni umanitari urgenti su sicurezza alimentare e nutrizione, alloggi, acqua, salute e altre necessità di base e, contemporaneamente, aiutiamo le comunità a uscire dall’emergenza. Una risposta unificata può salvare vite umane". Nella sede del Pam era presente anche Michel Roy, segretario generale di Caritas internationalis, intervistato, per il Sir, da Patrizia Caiffa. Roy ha messo oggi in guardia sul calo delle donazioni, soprattutto da Francia, Spagna e Italia, nei confronti delle emergenze internazionali, a causa della crisi economica. Oggi Caritas internationalis lancerà anche un appello di 800 mila dollari per aiutare Caritas Siria.
La crisi economica sta incidendo sulle offerte per le emergenze internazionali?
"Sì, la crisi economica globale si traduce in minori risorse disponibili mentre registriamo un ampio numero di persone che vivono in situazioni di crisi a causa della povertà, dei conflitti e dei disastri naturali. È fondamentale che i donatori ci sostengano, attraverso gli appelli consolidati, per portare a termine questo lavoro umanitario condiviso. Ci preoccupa che le offerte diminuiscano nei Paesi del Sud Europa come Francia, Spagna e Italia, ma è fisiologico che, quando ci sono dei problemi economici interni, si preferisca aiutare i più vicini".
È la prima volta che l’Onu lancia questo appello a Roma. Al tavolo dei relatori era presente anche la Caritas. Un riconoscimento importante. Perché?
"Nel mondo sono tre agenzie Onu che lavorano sul tema dell’alimentazione. Siccome anche noi siamo a Roma hanno pensato di far intervenire un’organizzazione internazionale. C’è anche il riconoscimento del fatto che la Chiesa, attraverso la Caritas, dal livello internazionale alle parrocchie, sia realmente un partner importante. Le Nazioni Unite non possono agire senza le organizzazioni locali. In molti Paesi, soprattutto in Africa, la Chiesa cattolica, insieme alle altre Chiese cristiane, è il maggior attore dell’azione umanitaria. Ci sono 23 programmi del Pam in collaborazione con la Caritas. Questo rapporto è fondamentale per aiutare la gente che ha bisogno di aiuti alimentari. C’è un grande riconoscimento del ruolo della Chiesa in quest’ambito".
Perché la Siria non è stata inclusa in questo appello per il 2013? Come lavorano lì l’Onu e la Caritas?
"La ragione più semplice è che è molto difficile lavorare in Siria. Normalmente gli appelli sono fatti con i governi. Sarà fatto un appello specifico a inizio anno. È una tragedia terribile. Le Nazioni Unite non possono essere assenti. All’interno della Siria l’Onu entra e distribuisce aiuti. È una presenza importante ma non sufficiente. In Siria il Pam collabora con la Croce Rossa. La Caritas siriana lavora come può. Tutte le Chiese in Siria hanno deciso di lavorare insieme per far fronte a questa situazione ma è tanto difficile. Sono molto arrabbiato perché da quando è iniziato il conflitto, due anni fa, non si è fatto nulla per fermarlo. Ci preoccupa il fatto che la comunità internazionale non faccia abbastanza. Un milione e mezzo di siriani sono sfollati, di cui un milione all’interno del Paese. Non ci sono soldi per aiutare tutta questa gente. Questo è il grande dilemma. La comunità internazionale deve dare aiuti ma allo stesso tempo non deve continuare a provocare il conflitto. Bisogna cercare una negoziazione. Se cade Assad, il problema rimane. Sono un po’ pessimista perché temo non ci saranno abbastanza soldi per aiutare tutta questa popolazione".
Oggi lancerete un appello per la Siria?
"Sì sarà un appello solo per Caritas Siria di 800 mila dollari, per aiutare la popolazione ad affrontare l’inverno. Penso che sarà completamente finanziato. Abbiamo sei punti d’azione in vari territori del Paese dove si opera tramite volontari, organizzazioni religiose, missionari, per aiutare i più vulnerabili. Abbiamo bisogno di aiuto. Poi ci sono anche altri appelli per i rifugiati in Giordania, Iraq, Libano, Turchia".
Si è chiesto perché non si riesce a fermare il conflitto? Cosa suggerisce alla comunità internazionale?
"Qualcosa ha a che vedere con la protezione d’Israele. Qualcosa con la regione stessa. I sunniti non vogliono vedere gli sciiti al potere. Questo è un fatto culturale profondo. Poi la minoranza sciita non vuole tornare alla situazione di prima. Questi elementi non sono stati presi in considerazione dalla comunità internazionale. Bisogna negoziare. È l’unica via. Non si può fare nient’altro. La comunità internazionale ha aiutato l’opposizione, abbiamo armato questa gente, siamo responsabili anche noi della situazione della Siria".
Qual è la posizione dei cristiani?
"I cristiani sono in tutti i campi politici in Siria. Come sempre hanno la tentazione di emigrare. Molti sono già partiti. Per il futuro della Siria, di una società aperta, anche i musulmani vogliono che rimanga la presenza di una comunità cristiana".