EDITORIALE
Il premio Nobel all’Ue, il progetto dei ”padri” e le difficoltà di oggi
Le immagini venute da Oslo – l’Europa riunita, attraverso i rappresentati degli Stati, capi di Stato e di governo, per ricevere un premio, non un premio qualunque, ma il premio Nobel della Pace – ci hanno portati nello stesso tempo verso il passato e verso l’avvenire.
Il passato per ricordare a tutti i popoli del cosiddetto Vecchio Continente, da dove vengono; l’avvenire perché tale premio dice che uniti non sono esauriti, che hanno sicuramente di fronte a loro un grande futuro.
Da dove viene l’Europa? Viene dalla guerra, dall’odio, dalla sofferenza, dai nazionalismi, dalle divisioni, dai totalitarismi. Ma una rivoluzione è stata compiuta il 9 maggio 1950, una rivoluzione pacifica, con la decisione di alcuni statisti lungimiranti, che decisero di dire “no” al destino, un destino che si è ripetuto durante anni e secoli, un destino di odio, di guerra, di sofferenza, quel destino tracciato dai nazionalisti e dai dittatori. Un destino che sembrava inevitabile. La volontà politica cambiò tutto. “Non abbiamo fatto l’Europa, abbiamo avuto la guerra”, disse Robert Schuman. L’Europa ha allora cominciato il suo lungo percorso con la gestione comune del carbone e dell’acciaio, i due prodotti indispensabili per fare la guerra. L’idea era geniale, audace. Ma l’Europa si trovava allora al suo anno zero – per riprendere il titolo del grande film di Roberto Rossellini, “Germania anno zero” – era distrutta, materialmente, economicamente e spiritualmente, non esisteva più. Eppure, l’Europa si è alzata, ha lavorato, si è unita, nonostante la sua divisione fondamentale imposta dall’Unione sovietica e dal sistema comunista. Ridotta alla sua parte occidentale, è diventata in poco tempo, perché sempre più unita, una zona di sviluppo economico, anzi di “miracolo economico”, un modello democratico, dove il principio della libertà del mercato si univa con quello della giustizia sociale.
Così l’Europa ha dimostrato al mondo intero che la riconciliazione è possibile, secondo un processo che resta unico nella storia degli uomini, fondato sulla libera volontà dei popoli, sulla democrazia, sulla fiducia e sull’amicizia. Così le relazioni tra Francia e Germania sono state completamente riorganizzate per costruire altrimenti il loro avvenire comune. Così la Grecia, la Spagna, il Portogallo sono state in grado di uscire dalle dittature. Così i popoli collocati sotto il giogo sovietico dalle conseguenze della guerra sono stati sostenuti dalla speranza democratica, e sono riusciti anche loro a uscire pacificamente da un sistema dittatoriale terribile, e a unire la loro vita a quella della Comunità europea, per costituire l’Unione. Anche qui, un’altra riconciliazione è stata costruita, quella tra Germania e Polonia.
Tutta questa storia che, passando il tempo, i nostri concittadini sembrano dimenticare, il premio Nobel ha voluto opportunamente ricordare. Non per guardare sempre indietro e confortarsi nell’orgoglio di avere costruito una realtà positiva. Ma per dare agli europei un avvertimento e, al mondo, una speranza.
Agli europei, il Nobel dice di non cedere alla tentazione del pessimismo. Certo i tempi sono difficili, la crisi economica e sociale è presente, ma i tempi sono più duri di cento anni fa, quando l’Europa stava preparandosi a une guerra spaventosa, al massacro della sua gioventù? I tempi odierni sono più duri di settant’anni fa, quando gli europei si preparavano ad un nuovo massacro ancora più spaventoso? Sono più duri di quando si realizzava in Europa la distruzione del popolo ebreo? In questo senso, il Nobel è un appello: non rinunciare, non avere paura, ma proseguire nella costruzione, nell’unità, senza dimenticare la necessità della giustizia sociale, della solidarietà, delle esigenze del convivere.
Al mondo, a tanti popoli che sognano una vera democrazia, ai popoli che si odiano e si fanno la guerra, a chi si dice che il loro odio è ereditario, il Nobel dice che l’Europa dimostra che la pace e la riconciliazione sono possibili, che ci vuole il coraggio e la volontà. Il messaggio è troppo importante per cedere all’euro-pessimismo che si nutre dalla paura dell’avvenire e dall’ignoranza del passato.
(*) Sir Europa (Università di Lione – Francia)