RAGAZZI E GIOVANI

Le storie personali” “

Il tema delle emozioni al convegno nazionale Ac

Sul tema delle emozioni si è tenuta oggi la tavola rotonda organizzata nel contesto del convengo nazionale educatori dell’Azione cattolica Ragazzi e del Settore Giovani della stessa Ac. "Le emozioni sono parte del processo di formazione integrale, vanno riconosciute come tali e ricondotte ai bisogni che le provocano" ha detto la psicoterapeuta Franca Feliziani Kannheiser in apertura del confronto tra esperti che ha avuto come titolo "Tu chiamale se vuoi… emozioni".

Contenere e integrare. "In ogni momento – ha proseguito Kannheiser – proviamo delle emozioni, che hanno la loro radice nel corpo, nelle sensazioni che proviamo. Il corpo, gli affetti e la cognitività sono componenti che vanno insieme, integrate, e a seconda delle età una può prevalere sull’altra. Poiché il pensiero si nutre delle emozioni, se ci difendiamo troppo da ciò che proviamo arriviamo a non essere in grado di pensare". E così la noia, ha spiegato, "è un’emozione così piena di emozioni che non riesce a trovare un volto, come accade agli adolescenti". In quest’ottica, "educare vuol dire seguire una persona in cui corporeità, emozioni, pensieri e costrutti mentali sono integrati". Perché vengano "vissute come positive e giustificate", le emozioni devono essere sperimentate "in un ambiente protetto, dove poter esprimere quello che pensiamo e proviamo".

La non-disponibilità delle cose. Sul legame tra le emozioni e le mani si è soffermato il teologo don Cesare Pagazzi: "con le mani esprimiamo emozioni. Apprendere comprendere, riprendere, intraprendere, sorprendere, sono verbi che descrivono il fatto umano e derivano tutti da ‘prendere’, che nuovamente ci rimanda alla mano". Una mano che quando prende "non è una pinza, ma dice affetto amore, curiosità. Siamo uomini e donne perché abbiamo fatto sì che la mano si lasciasse educare dalle cose". Se la parola realtà "deriva da ‘res’, la cui radice indoeuropea vuol dire ‘bene’, il termine ‘cosa’ – ha spiegato don Pagazzi – proviene dal latino ‘causa’, perché ogni cosa ci chiama in causa per riconoscere le sue ragioni. Le cose ci danno la certezza dell’affidabilità, Dio stesso crea l’uomo con una cosa, con la terra. Ma le cose, al contempo, ci oppongono la loro resistenza: la loro indisponibilità ci misura, ci limita. È forse il senso dell’indisponibilità – ha sottolineato – che manca alle nostre relazioni. Quando le cose ci dicono no ci fanno da ostetriche, ci tirano fuori dal grembo che noi stessi ci costruiamo".

In contatto con il profondo. Di come "sentire e gustare le cose internamente abbia un ruolo fondamentale nell’esperienza umana e spirituale" ha parlato padre Carlo Chiappini, maestro dei novizi della Compagnia di Gesù: "l’etimologia stessa della parola ‘emozione’ ci svela che si tratta di una forza che muove dall’interno". Dio "parla al cuore" e così, in questo luogo intimo e personale nel quale solo Lui entra liberamente, ci fa sentire la sua chiamata". Così, prendere contatto con il "sentire profondo, nel quale risuona la parola che Dio rivolge a ciascuno in maniera unica, richiede spesso un lungo processo di purificazione". Il luogo più concreto e reale in cui si manifesta il mistero di Dio, ha concluso padre Chiappini, "è la storia: la nostra storia personale, nella quale, attraverso gli slanci, le ferite, il peccato, il perdono, la generosità, la capacità di commuoversi, siamo chiamati a crescere in sapienza, età e grazia".