UE: OLTRE IL NOBEL

Garanzia di pace

Lo storico Ivan Berend interpreta la crisi Ue e il futuro dell’integrazione

L’Unione europea ha da poco ricevuto il premio Nobel per la pace. Il riconoscimento arriva in un momento particolare, in cui la crisi dell’euro scuote la tenuta stessa dell’Unione. Per una valutazione storica dell’esperimento europeo fino a questo momento, Sir ha parlato con Ivan Berend, professore emerito di Storia all’Università della California Los Angeles (Ucla). Esperto di Europa, Berend, 82 anni, è nato e cresciuto in Ungheria, dove ha visto da vicino la caduta del blocco sovietico quando faceva parte del Comitato centrale del Partito socialista ungherese.

Professor Berend, qual è la sua valutazione sul Nobel all’Europa?
"L’Unione europea rappresenta il più grande successo del vecchio continente da mille anni a questa parte. Per almeno quattro ragioni. Primo: possiamo calcolare che solo negli ultimi quattro secoli l’Europa è stata teatro di guerre per almeno 300 anni. Dalla fine del secondo conflitto mondiale, invece, il continente ha sperimentato quasi 70 anni di pace, un periodo lunghissimo. Seconda ragione: pensiamo ai Balcani, descritti sui libri di storia, e non senza ragione, la polveriera d’Europa; l’aspirazione a entrare nella Ue ha rafforzato pace e cooperazione anche in quell’area. Terzo: l’Europa è costellata di movimenti separatisti – vedi Catalogna, Paesi Baschi, perfino la Scozia -, ma se un tempo erano visti come una minaccia, adesso, iscritti nel quadro della Ue, non rappresentano più un pericolo per la pace. Quarto punto: la politica di solidarietà e coesione dell’Unione ha fortemente ridotto la povertà in quelle zone periferiche da dove spesso scaturivano i conflitti".

Lei è nato e vissuto per gran parte della sua vita in Ungheria. Come giudica l’inserimento dei Paesi dell’ex blocco sovietico nell’Unione europea?
"Nel 1989 in Ungheria e negli altri Paesi dell’Est lo slogan era "torniamo in Europa". Ben presto dall’Europa sono arrivati sostanziali aiuti economici ed è iniziato un lungo percorso che ha portato questi Paesi a entrare nel club di Bruxelles. Ma è stato un processo difficile, talvolta a singhiozzo. Oggi osserviamo rigurgiti nazionalisti in Ungheria, in passato si erano visti in Polonia e Slovacchia. La Ue ha pochi strumenti per tenere a bada questi fenomeni. Ma il progresso maturato in questo ventennio per i Paesi dell’Est sarebbe stato impensabile senza il ruolo di Bruxelles".

Le misure di austerità imposte sostanzialmente da Berlino sono vissute da larghi strati della popolazione in Stati europei del Sud, per esempio Grecia e Spagna, come una guerra economica. Qual è la sua opinione?
"Secondo me è una forte esagerazione. Le misure improntate all’austerità sono certamente controverse. Molti economisti come Paul Krugman e altri argomentano che siano un suicidio, che creino una nuova recessione. Per me, invece, le misure di austerity hanno una importante missione educativa. La crisi è stata causata da molti fattori, tra cui una deregulation selvaggia e una finanza spericolata, ma anche da qualcos’altro: un consumismo sconsiderato. In Spagna, Portogallo, Grecia e molti Paesi dell’Est Europa la gente voleva vivere facendo il passo più lungo della gamba, per esempio comprando case che non si poteva permettere, con soldi non suoi ma presi in prestito. Il piano di austerità che caratterizza in particolare l’Eurozona, anche se controverso, insegna alla popolazione a spendere soltanto il denaro di cui si dispone effettivamente. Detto questo, non si può proseguire con questa politica per sempre, altrimenti si deprime l’economia al punto che i Paesi non si rialzano più. Queste politiche vanno accompagnate da altre mirate alla crescita economica".

In questo senso, come giudica l’operato di Angela Merkel?
"La cancelliera tedesca viene spesso criticata, ma io credo si possa promuovere. È evidente: ogni politico fa principalmente gli interessi della sua nazione, ma come Helmut Kohl, e prima ancora Konrad Adenauer, la Merkel è fortemente europeista. La Germania ha imparato la lezione della seconda guerra mondiale. I tedeschi sono i più entusiasti sostenitori in Europa di una ulteriore integrazione e federazione".

Thorbjorn Jagland, ex premier norvegese, segretario generale del Consiglio d’Europa e presidente del comitato del Nobel, ha recentemente dichiarato: "C’è un rischio reale che l’Europa cominci a disintegrarsi". Lei è d’accordo?
"La crisi ha generato problemi in diversi Paesi. Credo che l’Unione ne uscirà più forte di prima, ma forse anche ridimensionata. Un Paese come la Gran Bretagna, da sempre euroscettica, interessata al mercato unico ma non altrettanto a condividerne i problemi, potrebbe decidere di uscire dall’Ue. Non credo solo per una posizione del governo conservatore in carica, ma anche perché la maggior parte della popolazione sembra vedere più svantaggi che vantaggi nella sua presenza in Europa. Anche Paesi governati in modo populista potrebbero distanziarsi, additando Bruxelles come la causa dei mali nazionali".