FIAT
L’investimento a Melfi si pone come sfida all’asprezza della crisi
L’annuncio dato alla vigilia di Natale ha trasformato l’amministratore delegato di Fiat-Chrysler in un Babbo Marchionne che porta fatturati ed occupazione in Italia, ed in particolare in una zona dello Stivale affamata di lavoro qual è il Sud. L’ad Fiat ha proclamato che nello stabilimento lucano di Melfi – il papà di un modello declinante come la Punto – sarà investito qualcosa come un miliardo di euro da qui al 2014 per trasformarlo in una fabbrica ultramoderna, capace di sfornare un paio di mini-Suv marchiati Fiat e Chrysler. Detta in soldoni: invece che produrli in Polonia, in Ungheria, in Serbia o negli Usa (dove le condizioni economiche e “ambientali” sarebbero migliori), l’azienda italo-americana punta sull’Italia.
Una pazzia, si dirà. Ma Marchionne è manager capace di grandi azzardi, fedele al motto che chi non risica, poi non rosica. Una pazzia ragionata, dunque. Perché Fiat gli stabilimenti italiani ce li ha già, così come maestranze formate e un know how acquisito. Si diceva, qualche giorno fa, che chiudere uno stabilimento in Italia costa qualcosa come 600 milioni di euro, a fronte di risparmi annui di 100 milioni. Se hai deciso di non fare più auto, è un conto. Altrimenti la strategia più saggia è quella di far funzionare al meglio ciò che hai.
Fiat sa farlo – il rinnovato stabilimento di Pomigliano è stato premiato come il migliore in Europa -, Fiat può farlo. Perché Chrysler sta andando a gonfie vele e ha bisogno di spazi produttivi per soddisfare la domanda di sue auto. Perché Fiat intende uscire dalla gabbia delle tre piccole che funzionano (500, Panda, Punto) per puntare su modelli più pregiati e redditizi. Come i Suv, ad esempio. Perché Fiat deve recuperare l’enorme gap commerciale che si trascina: perde 700 milioni di euro in Europa, guadagna molto nel resto del mondo. Perché Fiat deve dimostrare di non essere una palla al piede per Chrysler. Altrimenti sarà l’America a decidere i destini italiani.
Per l’Italia, una buona notizia. Molto buona, invero. Il 2013 sarà comunque pessimo, Fiat lo sa bene. Ma pone le basi per un rilancio a medio termine. E garantisce lavoro e occupazione ai suoi dipendenti, ma anche ai fornitori e ad un indotto che vale tre volte almeno la Fiat. La quale, intelligentemente, produrrà a Menfi in modo flessibile, cioè con la possibilità di aumentare la produzione di questo o quel modello a seconda delle richieste del mercato, grazie ad una piattaforma produttiva studiata ad hoc e assai automatizzata.
Ad applaudire queste parole di Marchionne, in Basilicata, c’erano i leader di Cisl e Uil. Non la Fiom Cgil, che con Marchionne è in conflitto permanente (e reciproco). Il nuovo anno dovrà però portare un po’ di chiarezza in merito alle relazioni sindacali in Italia. E facciamo nostre le parole di una recente intervista rilasciata ad un quotidiano italiano dal leader dell’Ig Metal, il più potente sindacato tedesco ( ed europeo): ma i sindacati italiani vogliono fare politica o gli interessi dei lavoratori? Ed era chiaro a chi si riferisse.