MALI

Rischio “Africanistan”

La Chiesa impegnata con le Caritas nell’aiuto alle persone più vulnerabili

In Mali proseguono da quattro giorni i raid aerei francesi contro le postazioni dei ribelli islamici armati del Nord del Paese. L’intervento militare francese, su mandato della comunità internazionale e in aiuto al governo del Mali, ha permesso finora di respingere l’avanzata dei movimenti jihadisti e di riconquistare Konna. Secondo i racconti di alcuni testimoni i bombardamenti francesi hanno provocato in queste ore la morte di oltre 60 jihadisti nella città di Gao. Nei prossimi giorni potrebbero arrivare contingenti di Niger, Burkina Faso, Nigeria e Togo. Uno dei gruppi jihadisti ribelli ha minacciato oggi ritorsioni, dicendo che colpiranno il "cuore della Francia". L’offensiva dei ribelli era cominciata un anno fa, con la conquista di Gao, Kidal e Timbuctù, a cui è seguito un colpo di Stato militare che aveva deposto il presidente Amadou Toumani Touré. Il conflitto è iniziato con tendenze indipendentiste, con il gruppo Mlna (Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad). Si sono poi aggiunti altri tre gruppi con motivazioni estremiste: Ansar al Din; Aqmi, la colonna magrebina di al-Qaeda; Mujao (Movimento per l’unicità e la jihad nell’Africa dell’Ovest), sostenuto da Boko Haram. Sulla situazione e i timori delle minoranze cristiane Patrizia Caiffa, per il Sir, ha intervistato Moira Monacelli, coordinatrice regionale per l’Africa occidentale di Caritas italiana. Vive a Dakar ma si sposta nei Paesi della regione per i vari progetti e interventi. I cristiani in Mali sono circa 200.000 (su 15 milioni di persone).

Dopo la risoluzione Onu 2085 di dicembre ora il Consiglio di sicurezza ha dato un sì unanime all’intervento in Mali, guidato dalla Francia. Uno scenario prevedibile?
"Sì, l’ipotesi dell’intervento era prevedibile. Secondo gli studi fatti dalle Caritas locali era solo questione di tempi, perché il governo del Mali non avrebbe avuto la forza per intervenire da solo nella crisi politica al Nord. Gli altri Paesi della Cedeao (Comunità degli Stati dell’Africa occidentale), avevano dato disponibilità all’invio di militari, ma con l’appoggio della comunità internazionale. Questo perché i gruppi islamisti, anche se in competizione tra loro, sono armati e conoscono benissimo il deserto. Perciò andava fatto un intervento molto organizzato".

La motivazione dell’intervento è l’estendersi del terrorismo. È un rischio reale?
"Il terrorismo è una questione centrale. Sicuramente il rischio c’è. I gruppi del Nord sono dichiaratamente a favore della jihad islamica. Tanto che si teme un’estensione del terrorismo nella regione Sahel. Per alcuni movimenti l’obiettivo principale è l’indipendenza del Nord ma poi l’immissione di altri gruppi ha fatto sì che la crisi si sia ampliata, diventando una rivendicazione della jihad su tutta la regione, compresi Niger e Burkina. È molto elevata la preoccupazione internazionale che la regione possa diventare un nuovo Afghanistan, per questo si dà la definizione ‘Africanistan’, con una crisi che potrebbe destabilizzare l’intera regione".

Il conflitto s’inserisce in una situazione umanitaria nel Sahel già molto grave…
"Sì la situazione è già molto instabile, con crisi strutturali continue, siccità, alluvioni e territori ostili alla popolazione. Potrebbe diventare una grave crisi umanitaria. Nel Sahel, a causa della carestia, sono già a rischio 18 milioni di regioni. Quattro milioni soltanto in Mali. Da marzo 2012 si parla di 400mila persone fuggite dal Nord verso il Sud, verso Bamako e i Paesi limitrofi. Il numero è destinato ad aumentare con il conflitto, anche nelle zone di confine, in Niger e in Burkina Faso".

Avete notizie dirette dalle Caritas del Mali?
"Stiamo cercando di contattare la Caritas della diocesi di Mopti, una zona di frontiera tra Nord e Sud del Paese, sicuramente potrebbe essere interessata dai bombardamenti e dal conflitto. Mopti è già militarizzata. Da Gao i profughi scenderanno a Sud e poi verso Niger e Burkina Faso".

Qual è ora la vostra preoccupazione maggiore?
"La vicinanza e l’aiuto alle popolazioni più povere e deboli, alle vittime del conflitto, agli sfollati, sia in Mali sia nei Paesi confinanti. Caritas internationalis aveva già lanciato un appello di emergenza a dicembre focalizzato sulla regione Sahel, in preparazione ai rischi. Dovremo aggiornarlo sulla base delle notizie che arrivano dal Mali, perché le priorità diventeranno le risposte ai bisogni primari delle persone in fuga. Al di là della durata dei bombardamenti aerei rimane il problema di ciò che resterà sul terreno, se ci sarà ancora instabilità, quale sarà il ruolo dei Paesi limitrofi. Cercheremo di seguire la situazione per essere più vicini possibile alle popolazioni".

E il vostro appello?
"L’appello principale consiste nel risparmiare le vite dei civili, dei bambini, degli ammalati, delle donne, degli anziani, dando vicinanza e attenzione ai gruppi più vulnerabili. Le popolazioni che abbiamo incontrato in questi mesi ci hanno chiesto di non abbandonarle. Temevano che il conflitto si sarebbe aggravato, perché al Nord le violazioni dei diritti umani erano diventate gravi. Era stata applicata la sharia, avvenivano mutilazioni, le donne non potevano più uscire sole".

Gli estremisti hanno annunciato ritorsioni in Francia. C’è timore tra le minoranze cristiane in Mali?
"Sicuramente sono rischi che vanno valutati e considerati. Fino ad oggi nel Sud del Mali i cristiani hanno continuato a professare la religione in maniera serena. Il ruolo della Chiesa, e della Caritas, è stato sempre riconosciuto, anche per la sua imparzialità negli aiuti e per la ricerca di soluzioni al conflitto. Certo, crescendo il conflitto, crescono anche le preoccupazioni".