GIORNALISTI

Rinnovarsi è crescere

Francia: intervista con il presidente della Federazione della stampa cattolica

“Rinnovare le nostre competenze, i contenuti, il pubblico”: questo il tema della XVII giornata di studio Francesco di Sales della stampa cattolica francese che si è svolta dal 23 al 25 gennaio ad Annecy, terra di Francesco di Sales. Sarah Numico, per Sir Europa, ha intervistato Bernard Bienvenu, presidente della Ffpc, la Federazione Francese della stampa cattolica (www.presse-catholique.org). Nel corso del convegno la Fisc, la Federazione italiana dei settimanali cattolici (www.fisc.it), ha lanciato la proposta di un nuovo “coordinamento” dei giornalisti cattolici europei.

Qual è, a suo avviso, il compito del giornalista cattolico nel tempo della crisi?
“Penso la missione della stampa cattolica sia innanzitutto di essere professionale e poi di osservare e capire i motivi dello stato d’animo diffuso oggi. Poiché siamo in un tempo di disorientamento e depressione, benché la nostra situazione non sia più difficile che quella dei nostri vicini o dei Paesi in via di sviluppo, dobbiamo più di altri dire i motivi per cui è possibile credere nel domani. Lo possiamo fare cercando sul campo, nella vita delle città, delle imprese, delle associazioni, i segni del futuro: senza impartire lezioni o distribuire ricette né, tantomeno, modificare a nostro gradimento la realtà dei fatti”.

In queste giornate si è parlato molto del dialogo tra i giovani e non più giovani giornalisti: quale quadro è emerso?
“Possiamo registrare che non c’è un vero divorzio tra le generazioni, ma effettivamente c’è un conflitto latente tra i giovani e gli adulti. Forse i più anziani devono mettere in discussione le loro sicurezze professionali e culturali perché i giovani sono diversi, come lo sono sempre stati in relazione alle generazioni che li hanno preceduti. Una novità sta poi nel cosiddetto rischio della ‘frattura digitale’ poiché i giovani sono meglio attrezzati degli adulti per muoversi con le nuove tecnologie che, peraltro, evolvono con una rapidità impressionante. Non credo comunque che ci siano molti conflitti, perché nelle redazioni purtroppo non ci sono molti giovani, a motivo delle riduzioni dei bilanci. I giovani professionisti, a questo riguardo, hanno anche detto che si attendono dagli adulti la garanzia dell’ ‘impiegabilità’, vale a dire la possibilità di essere sul mercato del lavoro con minore precarietà anche perché questa non aiuta a mantenere alti i livelli della professione in generale”.

Non è mancata una grande attenzione al rapporto tra il digitale e la carta: che avvenire immaginare?
“Certamente sta avvenendo una vera rivoluzione nell’uso e nel consumo dell’informazione, a motivo delle reti sociali e dei tablet che forse, più che i computer, sono i veri concorrenti dell’informazione stampata perché consentono un maggiore confort nella lettura. Oggi inoltre ci sono esperienze molto diverse e per certi aspetti contradditorie: dalle riviste che vivono su carta, senza pubblicità al digitale dove qualcuno crede che non sia più necessario il giornalista. È preoccupante, infine, che non ci sia un modello economico che faccia prevedere il passaggio a un nuovo strumento che consenta di vendere bene il lavoro di professionisti che devono essere giustamente pagati. Un altro problema è che il modello della stampa diminuisce velocemente ma la velocità di crescita del modello del digitale non è così elevata da compensare la diminuzione del cartaceo. E questo preoccupa sul piano economico ma non solo”.

Anche l’Europa, con le sue difficoltà, è stata tra i temi dibattuti: quale contributo i giornalisti cattolici possono portare alla casa comune?
“L’Europa appare tecnocratica, non se ne percepisce più la visione politica che l’ha fatta nascere e che anche i popoli hanno a lungo sostenuto. I giornalisti hanno come missione di mostrare che l’Europa è una formidabile esperienza di decenni di pace. Bisogna però avere una visione prospettica: decriptare ciò che l’Europa rappresenta come progetto per mostrare ciò che il progetto racchiude in sé. Non accontentarsi delle piccole cose dell’Europa, ma mostrare che cosa in essa c’è di forte e di essenziale. Anche qui dobbiamo essere una voce di resistenza, nel senso di resistere al pessimismo e alla critica distruttrice per mostrare che l’Europa è una bella avventura da continuare. La proposta di una esperienza europea che unisca i giornalisti cattolici, lanciata in questi giorni ad Annecy dalla Federazione italiana dei settimanali cattolici, è da coltivare e concretizzare”.

Quale, tra i messaggi della giornate di Annecy, ritiene da evidenziare?
“Si è molto parlato di digitale ma non dimentichiamo, nonostante quanto diciamo su questo tema, che il giornalista è innanzitutto una persona a contatto con chi vive nella città e questa vicinanza è indispensabile per ‘sentire’ il mondo. Oggi il rischio è che il giornalista diventi qualcuno che riprende le notizie solo dalla rete, senza più stare nella vita delle persone e della società e così rischia di non capire ciò che succede”.