RATZINGER-NAPOLITANO
Tra il Papa e il Presidente un dialogo vero in vista del bene comune
Giorgio Napolitano lo ha definito "una forma di simbolico pubblico commiato". Ma c’è qualcosa di più nel commosso incontro ieri sera tra il Papa e il Presidente della Repubblica in occasione del concerto dell’orchestra del Maggio fiorentino alla Sala Nervi. C’è il senso di una storia, di un percorso e, insieme, la testimonianza di un orizzonte di bene comune.
È la storia della seconda metà del Novecento e delle sue contraddizioni, è il percorso attraverso gli anni tormentati dell’inizio del nuovo secolo, è la convergenza su quell’antica espressione, che riporta alla centralità della persona, nel suo aprirsi agli altri.
La Presidenza della Repubblica è un’istituzione chiave in Italia. È un elemento di stabilità in un sistema in continua transizione, tanto che qualcuno comincia a osservare che tra gli imminenti appuntamenti elettorali quello delle politiche sarà meno importante che quello delle presidenziali. Proprio perché il Paese ha bisogno di serenità, di riferimenti trasparenti e disinteressati, sfiduciato e adirato com’è in un momento di crisi perdurante.
Non è un caso che gli ultimi due inquilini del Quirinale, Ciampi e Napolitano, abbiano saputo trovare e intrecciare con due grandi Papi un dialogo fitto, sereno, trasparente e leale. Un dialogo che parte dalla persona e, dunque, si modula ciascuno alla propria maniera – e che investe necessariamente l’Italia e gli orizzonti che l’Italia condivide e dovrebbe costruire, in Europa e nel più ampio quadro europeo e mondiale.
Tra Giorgio Napolitano e Benedetto XVI, nelle visite di Stato, ma anche nelle occasioni più familiari e, in particolare, attraverso le celebrazioni dell’Unificazione – si è corroborata questa certezza che il rapporto esemplare tra Stato e Chiesa in Italia, che è anche rapporto tra due Stati, è una risorsa importante per il bene del Paese, ma è anche un riferimento per la soluzione possibile di non poche crisi che affliggono questo mondo "globalizzato".
Ecco, allora, le due riflessioni a bilancio (e rilancio), di questo incontro bello, sincero, commovente, propositivo.
La prima è proprio a proposito dell’Italia, della sua identità e delle sue risorse. Il Papa e il Presidente della Repubblica in qualche modo le hanno nuovamente testimoniate, proprio nel loro rinnovato, schietto e sincero convergere. Che poi è il senso e il segno della cooperazione tra Stato e Chiesa, che valorizza, “nel pieno rispetto della distinzione" il comune impegno per il bene comune. C’è qui la radice di un’identità italiana, su cui è necessario ritornare, da difendere e da rilanciare.
Qui si colloca lo spazio della buona politica, così ardua e così indispensabile. È il secondo, connesso, punto, che evoca le "radici ideali e morali dell’impegno politico".
Così, nonostante tutto, è un orizzonte di fiducia, quello che due personaggi, rispettivamente classe 1925 (il Presidente) e 1927 (il Papa), guardandosi negli occhi, testimoniano, commossi, alle nostre incertezze.