EDITORIALE
L’Europa e la storia di un cane alla deriva salvato da un bambino
Fin dall’inizio del suo libro, apparso lo scorso anno e intitolato “E se l’Europa esplodesse?”, lo scrittore e storico olandese Geert Mak racconta un episodio che gli aveva narrato l’autore serbo Aleksandar Tima. Nell’inverno del 1999, per una sfortunata combinazione di circostanze, Jacky, il cane di Tima, si ritrova bloccato su una lastra di ghiaccio sul Danubio. Paralizzato dalla paura, il cane resta accucciato sul blocco di ghiaccio che scende lentamente spinto dalla corrente. I richiami non servono a nulla: in stato di choc, sembra paralizzato. È solo con l’intervento coraggioso di un bambino, che lo afferra per la collottola e lo riporta sulla riva, che Jacky è tolto dai guai. Nel contesto attuale dell’Unione europea, Mak condivide la conclusione di Tima: “Stiamo accovacciati, paralizzati su un blocco di ghiaccio alla deriva, senza sapere come comportarci, mentre la corrente ci trascina a valle”.
Questa metafora è troppo radicale, semplicistica o patetica ? Geert Mak non è un “europessimista” e le sue pubblicazioni precedenti lo dimostrano. Questo suo scritto però rivela una profonda inquietudine. Il progetto d’integrazione europea, fondato sui principi dei diritti umani e sui valori democratici, ha ancora una possibilità di sopravvivenza? Non minaccia di fallire dietro a un pensiero globale univoco del libero mercato e della libera concorrenza, un pensiero che rivela un disprezzo arrogante per la “normale esistenza umana” e che ha perduto qualsiasi contatto con la società?
Con questa crisi le persone sembrano non sapere più che cosa sia loro successo: “Si rifugiano in una sorta di anestesia sociale”. Per Mak questo è doppiamente pericoloso: da un lato, le persone rischiano di cadere più facilmente nella tentazione populistica (sebbene Mak delinei con chiarezza e correttezza le diversità tra la situazione di oggi e il populismo nazionalistico degli anni ’30), e d’altro canto perdono fondamentalmente la fiducia nelle capacità della politica e dei politici di trovare delle soluzioni. “Questo è l’aspetto della nostra lastra di ghiaccio. Buona cosa è l’esserne consapevoli. Ma adesso che facciamo?”.
A questa domanda, Geert Mak non ha nessuna ricetta miracolosa da proporre per il futuro. Tuttavia, secondo lo scrittore, la situazione attuale racchiude in sé la possibilità di vedere l’Europa così com’è, con i suoi punti di forza e le sue debolezze. Dobbiamo porci la domanda su che cosa vogliamo con quest’Europa, nonostante la disaffezione politica. Anziché “lasciarci trascinare”, possiamo porci la domanda sugli obiettivi del cammino verso l’unità europea e sui suoi limiti. Su queste questioni, secondo la conclusione di Mak, dobbiamo portare avanti un confronto, dobbiamo, nel nostro ruolo di cittadini, far funzionare di nuovo la politica e la democrazia. E per ottenere questo, occorrono rappresentazioni, obiettivi, visioni e idee diverse, anche tra loro nettamente contrastanti. In questo senso ha valore anche il contributo di David Cameron con il suo recente discorso sull’Europa, nella misura in cui viene preso e sviluppato, messo in discussione, contraddetto, vale a dire quando lo si dibatte, come può succedere negli incontri europei al Bozar, tra politici come Sylvie Goulard, Mario Monti, Daniel Cohn-Bendit e Guy Verhofstadt.
È quindi necessario che i cittadini stessi abbiano voglia di prendere parte a questa discussione; “per scendere dalla lastra di ghiaccio, è necessario che noi stessi, cittadini europei, vogliamo qualcosa; e qui sta una parte del problema, dal momento che noi abbiamo disimparato a volere. I mercati finanziari ci hanno trasmesso l’immagine che non possiamo più volere niente. Loro ci hanno potuto governare, perché noi europei glielo abbiamo concesso”.
La riattivazione politica dei cittadini, non come surrogato di terapia per distrarre l’attenzione, ma come necessaria cura per modificare vecchie e malsane abitudini: non sarebbe questo un obiettivo prezioso per “l’anno europeo dei cittadini”?