AUSTRIA

Sotto il tetto di una chiesa

Rifugiati politici: attenzione e accoglienza delle comunità cristiane

Dal 18 dicembre la Votivkirche, una chiesa gotica a Vienna, è occupata da oltre quaranta rifugiati politici. La protesta è cominciata il 24 novembre scorso, quando la capitale austriaca è stata attraversata da una marcia e dalla richiesta: “Vogliamo i nostri diritti”. In un primo tempo, i rifugiati avevano attrezzato un campo permanente al parco Sigmund Freud. Non avendo ricevuto alcun tipo di risposta, hanno deciso di spostarsi nella chiesa. E hanno iniziato lo sciopero della fame.

Le richieste. “Servizi di base per tutti i richiedenti asilo indipendentemente dal loro stato di diritto, per il tempo della loro permanenza in Austria; possibilità di scelta del luogo di soggiorno, nessun trasferimento contro volontà; accesso al mercato del lavoro, alle istituzioni scolastiche e all’assistenza medica per tutti gli immigrati che soggiornano in Austria; interruzione dei trasferimenti forzati verso l’Ungheria; costituzione di un’istanza indipendente per il ricorso delle domande d’asilo respinte; riconoscimento dei motivi socio-economici, oltre ai motivi finora riconosciuti leciti per la domanda d’asilo”. Così si legge sul sito ufficiale della protesta (refugeecampvienna.org).

Cattolici e protestanti accanto. La protesta ha ormai raggiunto esponenti politici, tra cui il ministro degli Interni austriaco, Johanna Mikl-Leitner, e il vicepresidente del Parlamento europeo, Othmar Karas, che sono andati nella Votivkirche a incontrare i manifestanti. Per ora, tuttavia, non sono ancora stati fatti passi avanti dal punto di vista politico per andare incontro alle richieste dei manifestanti. La Chiesa cattolica con la Caritas e le istituzioni della Chiesa protestante sono in primo piano nell’offrire sostegno e aiuto materiale alle persone che da giorni vivono con livelli minimi di servizi e confort all’interno della chiesa. Oltre la fame, ci sono il freddo, la mancanza di sole e di movimento a indebolire questi uomini che provengono da Pakistan, Afghanistan, Somalia, Algeria, Marocco. Nella sacrestia della Chiesa è stato allestito un ambulatorio medico per rispondere alle necessità più impellenti.

Le visite del cardinale Schönborn. Più volte il cardinale di Vienna Christoph Schönborn ha visitato i rifugiati e si è espresso pubblicamente al loro fianco. Come la sera del 30 dicembre scorso, quando il cardinale si era recato alla Votivkirche, secondo quanto riportato dall’agenzia austriaca Kathpress: “Chiedo ai responsabili politici e ai funzionari amministrativi che nel cercare soluzioni alle delicate richieste e nell’affrontare i destini di queste persone tengano in considerazione che qui si tratta di esseri umani, che in maniera molto concreta si trovano di fronte ad un futuro pieno di incertezza e dalle prospettive buie”. O ancora il 21 gennaio, il cardinale è tornato insieme al direttore della Caritas di Vienna, Michael Landau, per invitare i rifugiati a sospendere lo sciopero della fame e per proporre loro di trasferirsi in un altro edificio di proprietà ecclesiale, ma con migliori condizioni e servizi. Ma i rifugiati non vogliono spostarsi “perché la protesta non venga isolata”. La scelta di rifugiarsi in una chiesa nasce proprio dal fatto che “negli ultimi anni, le chiese in Austria si sono spesso impegnate a fianco dei rifugiati politici e hanno appoggiato le loro richieste” scrivono gli stessi sul loro sito, in cui dichiarano di essere indipendenti e autonomi nel gestire la propria protesta.

Azione Cattolica e parrocchie. “Preghiere di solidarietà” è stata l’iniziativa promossa dall’Azione Cattolica austriaca a cui hanno risposto numerose parrocchie sul territorio nazionale con celebrazioni la sera del 25 gennaio. In quest’occasione il card. Schönborn ha inviato un messaggio: “Prego per un miglioramento concreto delle condizioni della loro attuale situazione e perché la vita possa offrire loro di nuovo una prospettiva per un’esistenza normale. I cristiani, d’altra parte, non possono tacere di fronte all’ingiustizia e ai bisogni dei rifugiati. Dobbiamo insistere perché le leggi siano più giuste”. E ancora: “Prego per quelli che non sanno vedere i rifugiati come fratelli, ma solo come estranei che bisogna cacciare via dal Paese”. Sono ininterrotte le espressioni di solidarietà: veglie di preghiera, raccolte di fondi, dibattiti. Vi sono personaggi austriaci del mondo dell’arte, del giornalismo, della cultura che passano una notte con i manifestanti. È stata scritta una canzone dai rifugiati e si sta organizzando una manifestazione europea per il 16 febbraio prossimo. Perché la protesta attraversa l’Europa, è viva in molte altre città, come a Lille, dove sono 80 le persone che non mangiano da oltre due mesi per protesta e con una domanda: “Bisogna morire per avere dei documenti?”.

Una fiducia non ricambiata. Intanto le condizioni dei dimostranti stanno peggiorando, anzitutto per il lungo sciopero della fame che, dopo un’interruzione dal 22 al 31 gennaio, ha ripreso il 1° febbraio “perché non ci è stato ancora concesso nulla”. A quanti, in conferenza stampa, hanno chiesto loro chi vorrebbero incontrare per discutere hanno risposto: “Non abbiamo bisogno di politici, abbiamo bisogno di persone dal cuore più grande. Noi abbiamo fiducia in tutti, ma non c’è fiducia in noi”.