CHIESA E LAVORO

Sì, salari da scandalo

Il professor Zamagni: sulle retribuzioni sperequate il cardinale Bagnasco ha offerto una ”lezione” di realismo cristiano.

"Chi conosce il cristianesimo, sa che è sempre stato un pensiero realista". Non ha dubbi Stefano Zamagni, docente di economia politica all’Università di Bologna: è questo il "filo rosso" che ha fatto da sfondo all’intervento di ieri del cardinale Angelo Bagnasco al Consiglio nazionale di Mcl. "Se mi riconosco nel cristianesimo, non posso che essere realista", incalza l’economista, ricordando che "la religione cristiana è l’unica religione in-carnata…".

Quello del cardinale Bagnasco è stato uno sguardo a tutto tondo sul lavoro, a cominciare dalle due conseguenze più gravi della crisi: l’impoverimento generale e la disoccupazione, soprattutto giovanile…
"Opportunamente il cardinale ha preso in considerazione i due fenomeni più gravi provocati dalla crisi, perché l’impoverimento e la perdita del lavoro hanno un elemento in comune: ridurre gli spazi di libertà della persona. Quello del presidente della Cei non è un discorso di tipo sindacale o economico, ma quello di un pastore che sa che per la religione cristiana la salvezza presuppone un uomo libero, e quando non si ha lavoro e si peggiorano di tanto le condizioni di vita, si riducono anche le condizioni di libertà. Ha fatto bene, dunque, il cardinale a prendere le distanze da quella ‘vulgata’ che prende in considerazione solo il lato materiale del lavoro: se non ho il lavoro e mi impoverisco, ho minore capacità di acquisto. Guai a ridurre tutto alla dimensione economicistica: la classe politica e il sindacato dovrebbero tener presente questa lezione del cardinale".

"Ripensare i livelli retributivi": come accogliere l’appello del cardinale, partito dalla presa di coscienza della "forbice" che si allarga tra chi ha sempre di più e chi ha sempre di meno?
"Indagini recenti, come quella portata avanti con chiara impostazione statistica da Branko Milanovic, nel libro ‘Chi ha e chi non ha’, mettono in evidenza quello che è lo scandalo dominante in tutto l’Occidente avanzato, e quindi non solo in Italia. La forbice salariale non solo aumenta, ma aumenta tremendamente. Mentre nel 1970, negli Stati Uniti, la differenza tra il salario più alto e quello più basso in un’impresa era di 1 a 30 – cioè il dirigente prendeva 30 volte di più del lavoratore con la paga più bassa – oggi, 40 anni dopo, questo rapporto è di 1 a 700 negli Usa, e in Italia di 1 a 500. Questo perché è stata totalmente falsificata quella teoria economica che concepiva la distribuzione del reddito in base alla produttività del lavoro: maggiore è la produttività, maggiore è il salario. È vero che ci sono differenze tra i lavoratori, ma nessuno può dimostrare che un dirigente produca 500 o 700 volte di più del suo impiegato del livello più basso. Bisogna smettere di credere alle teorie economiche che sostengono che la remunerazione di un dirigente o di un funzionario deve essere paragonata al valore di Borsa dell’impresa: siccome i mercati finanziari gonfiano i valori, se agganciamo la remunerazione dei dirigenti al valore di Borsa – e sappiamo che sono gli stessi manager a gonfiarlo -, è evidente che arrivino a prendere 500 o 700 volte più degli altri lavoratori".

Cosa si può fare, in concreto, per invertire la rotta?
"Innanzitutto occorre una corretta informazione: bisogna dire che tutto ciò è una grande falsità e una menzogna. Ci vuole poi l’impegno morale degli economisti, che a livello scientifico devono smettere di scrivere e di insegnare ai giovani come fare a diventare sempre più ricchi, perché così insegnano a manipolare la realtà e aumentano il tasso di opportunismo: una volta entrati nel mercato del lavoro, i giovani si comportano di conseguenza. In terzo luogo, il governo deve smettere di fare il gioco dei mercati finanziari, sulla base dell’argomentazione che i mercati lo vogliono o lo impongono. È vero il contrario: i politici sanno che se i governi dell’Unione europea raggiungono un accordo sulla regolamentazione dei mercati finanziari, nel giro di poco tempo le imprese devono mettersi in riga, come è già accaduto in passato. Invece, i politici danno potere ai mercati. Obama ha cominciato a cambiare: ha messo sotto processo la maggiore agenzia di rating, Standard & Poors, con le motivazione che ha inquinato il mercato finanziario, e l’ha denunciata. Perché in Italia non è avvenuta la stessa cosa?".

"Impegno, competenza e onestà morale": questi i tre requisiti richiesti dal presidente della Cei per il lavoro. L’Italia può dare l’esempio, in Europa?
"Non solo lo può dare, ma dovrebbe tornare ad essere la grande Italia che è stata nel passato. L’umanesimo civile è nato in Italia, il Rinascimento è nato in Italia: è durante l’Umanesimo che è nata l’economia di mercato, non l’hanno inventata gli anglosassoni. È nata in Toscana e in Umbria a seguito dell’influenza determinante del pensiero economico francescano e, successivamente, domenicano. È nata con un’idea fissa: l’economia di mercato deve servire a realizzare il bene comune. Mostrare agli altri che è possibile conciliare la produttività e l’efficienza con il rispetto della dignità della persona e con la solidarietà: bisogna che l’Italia torni a diffondere in Europa questo messaggio, senza vergognarsi di parlare delle radici cristiane del nostro Continente".

Imparare a stimare di nuovo "tutte le occupazioni oneste": come legge questo invito del cardinale?
"Bisogna recuperare la dignità del lavoro. Nell’ultimo quarto di secolo si è affermata l’idea che solo certi lavori meritano attenzione, perché più remunerativi. Con questa logica sbagliata stiamo distruggendo, ad esempio, l’artigianato, che da sempre è un fiore all’occhiello del modello italiano; l’agricoltura, che erroneamente viene considerata la cenerentola sulla base di argomentazioni economiche prive di ogni fondamento; la cultura, con un patrimonio che ci indivia il mondo intero e che non solo non rende, ma costa così tanto da far chiudere i bilanci in rosso. Dobbiamo allargare, invece, la gamma del lavoro, pensando anche a beni comuni come il territorio. E senza pensare, come esorta a fare il cardinale, che ci siano lavori solo per immigrati, e lavori solo per gli autoctoni".

C’è poi il welfare, per il quale il presidente della Cei auspica un approccio di più ampio respiro…
"Sicuramente ci vuole uno sguardo nuovo. Ci sono due modi per vedere il welfare: come costo improduttivo o come costo produttivo, come spesa per i consumi o come spesa per gli investimenti. Se lo vediamo come spesa per i consumi, è evidente che in questa fase di crisi non si possa fare altro che tagliare. Ma non è inevitabile. Se infatti concepiamo il welfare come spesa per investimento, allora ci accorgiamo che investire in salute significa investire in produttività: l’Oms ha dimostrato che migliorare dell’1% lo stato di salute della popolazione migliora del 4% la produttività del lavoro. Se taglio la sanità, la scuola, l’università, nel breve termine realizzo un risparmio, ma dopo pochi anni peggioro la situazione, come stiamo vedendo in Italia".