CHIESA E SOCIETÀ

Dare voce ai giovani

Le conclusioni dell’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura su ”Culture giovanili emergenti”

I giovani? "Sono la cassa di risonanza della crisi": "fanno esperienza della precarietà", sono "incapaci di uscire dal nido familiare", sono "esposti a una estrema vulnerabilità e senza i diritti fondamentali". Ma non hanno cessato di sognare "un mondo capace di unirsi intorno alla pace e alla giustizia". Per questo è "urgente" dare "voce ai giovani nella Chiesa e nella società, farli uscire dalla marginalità religiosa, politica e sociale". Perché "preparare i giovani ad essere i protagonisti del cambiamento culturale profondo della società è una responsabilità nei confronti del futuro". Sono le conclusioni dell’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura che per la sua riunione dal 6 al 9 febbraio ha scelto di parlare del tema: “Culture giovanili emergenti”. Il convegno si è aperto con un concerto della banda punk-rock cristiana "The Sun" ed ha messo a confronto esperti di sociologia, linguaggi digitali e blogger.

La realtà giovanile. Sono diversi i contesti in cui vivono i giovani. Alcuni – si legge nelle conclusioni diffuse oggi e stilate dal delegato del Pontificio Consiglio della Cultura, monsignor Carlos Alberto Azevedo – "vivono una situazione di privilegio e dispongono di risorse economiche, altri ancora godono di garanzie sociali e di opportunità lavorative, ma molti altri fanno esperienza della precarietà, senza possibilità, incapaci di uscire dal ‘nido’ familiare e obbligati a emigrare, a un dislocamento forzato, che sa quasi di fuga, a rischio della propria vita, del fallimento totale, esposti a una estrema vulnerabilità e senza i diritti fondamentali". Ci sono anche quelli che "entrano nel narcotraffico, nella violenza" e altri ancora che in "conseguenza del disincanto radicale nei confronti della società" scelgono "addirittura il suicidio come rinuncia a se stessi e segno del vuoto e della solitudine". Nel documento vaticano viene citato anche il fenomeno di protesta degli "indignados": "esprime da una parte il disincanto e la stanchezza delle giovani generazioni di fronte al sistema" e "dall’altra, mette in questione le vecchie prassi politiche e il modo abituale di trasmettere la fede".

L’ambiente digitale. Non si può parlare di giovani senza fare riferimento alla tecnologia: "è una connotazione centrale dell’identità giovanile, è una forza che dona centralità alla loro vita". I giovani "si impadroniscono del sapere senza guardare all’autorità", "prendono posizione davanti alle informazioni senza timore, rompono i sistemi di gerarchie, scelgono i temi e i problemi più significativi secondo la propria soggettività, prendono le distanze dalle logiche delle istituzioni e dei partiti". "L’ambiente digitale – incalza mons. Azevedo – è parte del quotidiano, é una estensione dello spazio reale della vita del nativo digitale. Cerco, trovo, ne fruisco quando mi serve". Tutto ciò "implica selezione, possibilità di commento e di interazione" ma i giovani "sono più pronti all’interazione che all’interiorizzazione" e questi due aspetti "sono da coniugare".

La Chiesa si mette in discussione. Preso atto della situazione del mondo giovanile con i suoi riferimenti e la sua cultura, la Chiesa si interroga e si mette in discussione. I giovani possiedono "un linguaggio nel quale occorre entrare e che si esprime in un tipo di musica, di arte, con una grammatica propria. I giovani tante volte non capiscono il linguaggio della Chiesa e la Chiesa non capisce il linguaggio dei giovani. La comunicazione fallisce a causa di un abisso di incomprensione culturale, poiché la trasmissione della fede avviene tramite metodologie superate e senza una testimonianza credibile e significativa". Di fronte allora alla complessità dell’impresa, "l’azione della Chiesa verso i giovani può essere tentata di dare risposte facili alle gravose tensioni vissute" oppure "proporre false sicurezze in una fuga dal presente al passato sotto la forma del tradizionalismo o dell’integrismo". E invece la questione è un’altra: "C’è urgenza di dare voce ai giovani nella Chiesa e nella società, di farli uscire dalla marginalità religiosa, politica e sociale, offrendo loro il confronto con il passato e accompagnandoli nella costruzione di un futuro nuovo". E se "la disoccupazione demotiva lo studio, la paura del futuro moltiplica le cause della bassa natalità", i giovani "sognano un mondo capace di unirsi intorno alla pace e alla giustizia". Per questo occorre "preparare i giovani cristiani ad essere i protagonisti del cambiamento culturale profondo della società". Ma per farlo occorre "accogliere a braccia aperte i giovani così come sono, senza pregiudizi e giudizi moralistici" e "dare fiducia e orizzonti di futuro ai giovani, davanti alla profonda incertezza e di fronte a una società cieca e sorda ai loro bisogni".