ECONOMIA REALE
Edoardo Ongaro (Università di Newcastle) fa il punto su cambi e sistema economico. Chi vince e chi perde in questa guerra globale delle monete
Il nodo dei rapporti di cambio tra le principali valute sulla scena internazionale è da qualche tempo sotto i riflettori: tanto che se ne è parlato all’Eurogruppo dell’11 febbraio e all’Ecofin del 12, mentre si è registrato negli stessi giorni un intervento del G7 (Stati Uniti, Canada, Giappone, Germania, Francia, Italia, Regno Unito). "Ribadiamo che le nostre politiche fiscali e monetarie sono e rimarranno orientate al raggiungimento dei rispettivi obiettivi a livello nazionale utilizzando strumenti domestici" e "non si metteranno nel mirino i tassi di cambio". Eppure il G7 ritiene che l’eccessiva volatilità e i movimenti "disordinati dei cambi possono avere implicazioni negative per la stabilità economica e finanziaria". Dal canto suo, in chiusura di Ecofin, il vicepresidente della Commissione, Olli Rehn, con delega agli affari economici e monetari, ha affermato che l’Ue ritiene che i tassi di cambio devono essere orientati al mercato e devono rispettare i fondamentali economici; "questo per creare un sistema monetario internazionale più stabile". Sulla stessa linea il presidente della Bce, Mario Draghi, che ha fatto sapere di una verifica in corso per stabilire se il super-euro (oltre quota 1,30 sul dollaro) abbia influenze negative sulla stabilità dei prezzi nell’Ue, respingendo peraltro le pressioni politiche per una immediata svalutazione. Di cambi si discuterà anche al G20 nel fine settimana a Mosca. Sir Europa ne parla con Edoardo Ongaro, professore ordinario di International Public Services Management presso la Northumbria University di Newcastle, nel Regno Unito, e visiting professor presso l’Università Bocconi di Milano.
Secondo alcuni analisti e politici in questa fase l’euro è – come si dice – "troppo forte". Soprattutto rispetto alle altre grandi monete dei partner economici europei e mondiali. Se così fosse, si verrebbe a creare uno "svantaggio competitivo" per l’eurozona, per le sue imprese, per il sistema produttivo e commerciale nel suo complesso. Lei condivide questa osservazione?
"Indubbiamente negli ultimi mesi l’euro si è rivalutato rispetto alle altre monete, in particolare dollaro, sterlina e yen, probabilmente anche a causa di politiche valutarie delle banche centrali dei Paesi partner. Si è anche parlato a tal proposito di ‘guerra delle monete’. L’opposto – osservo – di quello che ci vorrebbe in una prospettiva di governance globale dell’uscita dalla crisi. Se questa situazione permarrà a lungo, si determinerà uno svantaggio competitivo per l’economia dell’eurozona: le merci qui prodotte saranno più ‘costose’ per i consumatori dei Paesi all’esterno dell’area della moneta unica. Ci saranno però anche vantaggi: minori costi per l’importazione, la possibilità per gli operatori economici dell’area euro di fare acquisizioni all’estero. E, a parità di tutti gli altri fattori, una minore inflazione proprio nell’area euro".
Ma un’eventuale decisione di "svalutare" l’euro come potrebbe essere realizzata? E, soprattutto, a chi spetterebbe?
"Fondamentalmente, queste sono scelte di competenza della Banca centrale europea, anche se tanti fattori interagiscono nel determinare il corso delle valute".
Quali novità, quali vantaggi o svantaggi, apporterebbe questa scelta?
"Per quanto riguarda i vantaggi e gli svantaggi, con un eventuale deprezzamento dell’euro, diciamo in misura tale da riportare i tassi di cambio ai livelli di qualche mese fa, verrebbero neutralizzati tutti gli effetti illustrati sopra: i beni e servizi denominati in euro, cioè prodotti nell’eurozona, verrebbero a costare meno per i consumatori di altri Paesi, però verrebbero meno anche i benefici di un euro forte".
Non c’è il rischio di tornare alle svalutazioni monetarie degli anni Ottanta e Novanta, le quali, mentre davano un po’ di respiro ad alcune economie nazionali, in realtà producevano effetti negativi di lungo periodo, smorzando lo spirito competitivo e la capacità d’innovazione e di ammodernamento delle imprese?
"Sì, il rischio è proprio questo. Mi sembra che si stiano manifestando tutti i limiti dell’assenza di una governance globale, e non solo riguardo alla politica monetaria internazionale. E non credo che i benefici per i Paesi che stanno deprezzando le loro valute saranno durevoli. Però per alcuni Paesi dell’area euro, dalla Grecia all’Irlanda, un ulteriore shock negativo all’economia rischia, in questo momento, di produrre gravi danni. Questo è un rischio serio".
Torniamo alla Banca centrale europea, il cui primo ed essenziale compito è tenere sotto controllo i prezzi e, dunque, l’inflazione. Nel mandato conferitole dai Paesi dell’area euro, la Bce ha la possibilità di svolgere una reale politica economica, che si accosti alla politica monetaria?
"Diciamo che, in senso stretto, nessuna banca centrale ha compiti di politica economica, che spettano ai governi. Però, poi, negli altri Paesi la politica monetaria viene spesso raccordata alla politica economica e fiscale in modo tale da accompagnare le dinamiche del sistema economico. Nel caso della Banca centrale europea, che è un unico nella storia essendo la Bce l’istituto centrale di una moneta ‘federale’, vi sono due ordini di problemi".
Vediamoli.
"Il primo è che non esiste un governo ‘centrale’ dell’economia (anzi, il bilancio europeo per il prossimo periodo di programmazione, fino al 2020, è stato ridotto) e, dunque, la Banca centrale di Francoforte non ha un interlocutore unico con il quale raccordarsi – pur nella sua piena indipendenza istituzionale -, bensì diciassette governi distinti. Secondo: il mandato della Bce è più delimitato rispetto a quello delle altre banche centrali, ed è incentrato sull’obiettivo prioritario della stabilità dei prezzi, e non, ad esempio, sul perseguimento di obiettivi di crescita economica. S’intravede, tuttavia, una piccola luce in fondo al tunnel…".
Una luce? Quale?
"Da un lato, la Bce ha dimostrato intelligenza e flessibilità nel governo della moneta, nonostante i vincoli di mandato e le resistenze politiche che ogni istituzione giovane (la Bce, tra le banche centrali, è giovanissima!) incontra da parte di tutte le altre istituzioni, che non vogliono cedere le loro quote di potere. Dall’altro lato, credo che nonostante tutto stia crescendo una consapevolezza che le interdipendenze tra le economie – e i popoli – della zona euro richiederanno politiche economiche più strettamente connesse e, alla fine di un lungo percorso, un’unica politica economica, seppur graduata al suo interno tra i vari Stati membri dell’eurozona. Posizioni per le quali qualche Paese estrae vantaggi per la propria economia da altri Stati che condividono la stessa moneta possono esservi nel breve e, temo, anche nel medio periodo, ma non nel lungo periodo. Dentro l’area euro bisognerà passare da giochi a somma zero (quelli per cui, se qualcuno guadagna, qualcun altro deve necessariamente perderci) a giochi win-win, in cui ci guadagnano tutti".