EMERGENZA MALI
La Caritas punta alla raccolta di circa tre-quattro milioni di euro per sostenere i profughi e le comunità di accoglienza nei Paesi limitrofi. Prime necessità: fornitura di aiuti alimentari, tende, coperte, kit igienici e attività educative
Un nuovo appello per aiutare gli sfollati del Mali. La rete Caritas aveva già messo a disposizione 13 milioni di euro per aiutare 1 milione di persone colpite dalla crisi alimentare nel Sahel, ed ora si appresta a lanciare un nuovo appello per la raccolta di circa tre-quattro milioni di euro per aiuti ai profughi e alle comunità di accoglienza, in Mali e nei Paesi limitrofi, per la fornitura di aiuti alimentari, tende, coperte, kit igienici e attività educative. Così le Chiese e le Caritas stanno portando aiuti alle popolazioni interessate dal conflitto nel nord del Mali contro i gruppi armati islamisti, che si è inasprito con l’intervento francese, a sostegno dell’esercito maliano, iniziato a metà gennaio. Si parla di mezzo milione di sfollati all’interno del Mali (oltre 200 mila) e in Mauritania, Burkina Faso e Niger. In Mali vi sono 14.242 nuovi sfollati interni, aumentati di più di 4mila negli ultimi quindici giorni. E 22mila nuovi rifugiati in Mauritania, Burkina Faso e Niger, 7mila in più rispetto alla fine di gennaio. A Bamako, la capitale del Mali, la maggior parte viene accolta nelle famiglie. Patrizia Caiffa, per il Sir, ha raggiunto telefonicamente a Dakar Moira Monacelli, coordinatrice regionale per l’Africa occidentale di Caritas italiana, per chiedere un aggiornamento sulla situazione.
Come state affrontando l’emergenza?
"È abbastanza difficile quantificare l’entità degli aiuti necessari perché molte zone del nord sono ancora inaccessibili, la linea rossa non si può superare tranne che con convogli militari. Si arriva fino a Mopti, e non sono aperti corridoi umanitari. Questo crea ancora più problemi e una situazione umanitaria che preoccupa. In Mali l’arcidiocesi di Bamako ha messo a disposizione una struttura che accoglie circa 200-300 sfollati. Anche a Mopti c’è un centro di accoglienza. La Caritas del Mali ha effettuato delle missioni nelle Caritas diocesane più interessate dal conflitto. In Burkina Faso e Niger c’erano già programmi per i rifugiati. La rete di Caritas internationalis, con le Caritas della regione del Sahel e di alcuni Paesi europei, tra cui Caritas italiana, ha istituito un comitato che si è riunito a metà febbraio a Ouagadougou, per un’analisi della situazione. La crisi viene vista in una prospettiva regionale perché le conseguenze ricadono sui Paesi limitrofi. Caritas internationalis lancerà presto un appello di emergenza regionale che coinvolgerà Mali, Niger, Burkina Faso, per aiuti ai rifugiati nei campi e nelle comunità e per aiuti alle famiglie di accoglienza in Mali, a Mopti e Bamako. Saranno aiuti alimentari, kit sanitari e per cucinare, supporto per i bambini per riprendere la scuola primaria, tende, coperte e assistenza e aiuto agli allevatori. Si parla di 3-4 milioni di euro, ma le cifre non sono ancora ufficiali".
Come è visto l’intervento francese dalla popolazione del Mali?
"La popolazione vede favorevolmente l’intervento francese perché lo considera liberatorio. Si vedono in giro bandiere francesi. Ci si chiede però se il conflitto terminerà a breve o meno, perché questi gruppi potrebbero essere più radicati del previsto ed è un territorio difficile per combattere".
Quali testimonianze avete raccolto tra gli sfollati?
"Tra gli sfollati accolti dall’arcidiocesi a Bamako – in maggioranza musulmani -, il sentimento generale è di sollievo per la liberazione del nord dalle mani degli islamisti. Vorrebbero tornare nelle loro case il prima possibile, ma non si sentono ancora sicuri. Anche perché a Bamako la vita è molto costosa, c’è tanta disoccupazione. Il direttore di Caritas Mali ci diceva che la situazione è lontana dall’essere risolta. C’è bisogno, oltre che di azioni di emergenza per gli sfollati, anche di azioni a lungo termine che prendano in carico sia i ritorni, sia la fase della riconciliazione".
Però al nord non tutta la popolazione è favorevole…
"Nei villaggi del nord gli integralisti hanno fatto presa su una parte della popolazione, dove hanno trovato anche alcuni seguaci. È un conflitto molto complesso: si incrociano radici storiche, indipendentismo e integralismo, ragioni geostrategiche per il controllo delle risorse naturali. Ci sono anche differenze all’interno dei gruppi e prospettive diverse tra nord e sud".
Alcune organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato violazioni da parte dell’esercito maliano e dei gruppi armati islamisti. Vi risulta?
"Sulle violazioni dei soldati maliani nei confronti dei presunti collaborazionisti ci sono denunce da parte di alcune organizzazioni internazionali ma non sono state mai ufficialmente confermate, con prove, da parte del governo".
I gruppi islamisti usano come strumento di ritorsione il rapimento di occidentali. Per voi diventa sempre più difficile operare in queste zone?
"In Senegal non ci sono problemi. È ovvio che nei Paesi più coinvolti dalla crisi bisogna adottare misure di prudenza dettate dal conflitto. Noi non andiamo dove ci sono rischi per la sicurezza. Non solo gli occidentali, anche il personale locale che va nelle zone più a rischio deve fare attenzione. In Niger, ad esempio, bisogna uscire da Niamey con scorte militari, anche in Burkina bisogna adottare misure di prudenza più elevate".
Lo scorso anno c’è stata una gravissima crisi alimentare nel Sahel. Secondo le organizzazioni internazionali – che hanno portato aiuti a 10 milioni di persone – è stata però evitata una catastrofe umanitaria. Per il 2013, anche se si prevede un buon raccolto, bisogna aiutare ancora 9 milioni di persone. Un bilancio che corrisponde alla realtà?
"Sicuramente l’intervento tempestivo e massiccio delle organizzazioni internazionali e locali per scongiurare la crisi alimentare è stato importante ed ha probabilmente evitato una catastrofe maggiore. C’è stata, ad esempio, la dichiarazione di stato di crisi da parte dei governi, come in Burkina Faso. Questo però si inserisce in un contesto di crisi strutturale nei Paesi del Sahel, dove non basta l’intervento di emergenza ma servono azioni di lungo periodo. Ci sono ancora grosse fasce della popolazione in condizioni difficili, alti tassi di malnutrizione. Va continuato l’intervento per rafforzare le capacità della popolazione, ripagare i debiti fatti per procurarsi il cibo e lasciare da parte le scorte del raccolto di quest’anno".