DOPO IL VOTO

Mai senza l’Europa

Un tema che deve tornare con parole nuove al centro del confronto politico

In campagna elettorale se ne è parlato un po’ troppo in fretta ma l’Europa, anche alla luce dei risultati elettorali, chiede una diversa collocazione nel confronto politico e culturale sul futuro del nostro Paese. Esige una crescita, se non precipitosa neppure lenta, del pensare politico e del pensare della gente perché dall’incontro tra i due pensieri, liberati da slogan pro o contro, potrà nascere e rafforzarsi una coscienza critica capace di coniugare gli orizzonti nazionali con quelli europei. Occorrerà, dunque, una rinnovata capacità di discernimento per mantenere la giusta rotta europea. Ad esempio, l’essere contro "il mostro buono di Bruxelles", come il saggista tedesco Hans Magnus Enzensberger definisce "la burocrazia che con la pretesa di armonizzare le differenze sta erodendo gli ideali su cui l’Unione si fonda", non dovrà confondersi con l’euroscetticismo e l’europessimismo.
Qui è atteso un colpo di reni della politica e delle istituzioni per non portare l’Europa, e con lei i singoli Paesi europei, fuori dalla storia. Si tratta di una responsabilità verso il futuro quella che anche il nostro Paese sarà chiamato a esprimere con il voto europeo del 2014 in risposta soprattutto alle attese delle nuove generazioni alle quali non è onesto consegnare una "casa comune" disabitata dalla solidarietà e dalla speranza. Su questo rischio si erano confrontati nel libro "Senza radici" del 2004 l’allora cardinale Joseph Ratzinger e il senatore Marcello Pera. Entrambi videro delinearsi nella devitalizzazione delle radici culturali e spirituali l’infertilità di tutte le altre radici, comprese quelle economiche. Oggi questo svuotamento è visibile nella fragilità della politica, nei ritardi della crescita economica, nella disoccupazione, nell’impoverimento industriale, nella sfrontatezza della finanza, nell’inverno demografico…
Come è potuto accadere tutto questo? Siamo alla domanda di fondo e l’editorialista di un quotidiano nazionale nei giorni scorsi l’ha scolpita con queste parole: "La recessione europea sembra uscire dal campo puramente economico e trasformarsi in una recessione morale". Tornano alla mente le preoccupazioni, gli appelli e gli insegnamenti di un Papa europeo come Benedetto XVI.
Dalla politica italiana che guarda all’Europa si attende, infine, l’onestà del realismo rispetto ai problemi da affrontare. È questa una scomoda ma irrinunciabile postura auspicata da Edmondo Berselli nel suo ultimo saggio "L’economia giusta". Scriveva nel 2010 questo intellettuale laico particolarmente attento alla "via cristiana" per uscire dalla grande crisi: "Dovremo adattarci ad avere meno risorse. Meno soldi in tasca. Essere più poveri. Ecco la parola maledetta: povertà. Ma dovremo farci l’abitudine. Se il mondo occidentale andrà più piano anche tutti noi dovremo rallentare. Proviamoci con un po’ di storia alle spalle, con un po’ d’intelligenza e d’umanità davanti". Senza equivoci o giri di parole questo è un monito alla politica perché non illuda e non deluda.
Accanto alle riflessioni sono però necessari gesti concreti. La qualità della politica italiana per l’Europa dovrà esprimersi anche in coloro che saranno impegnati a Bruxelles e a Strasburgo: questo significa che i candidati alle elezioni europee del 2014 dovranno essere scelti tra i nostri politici più competenti e sensibili. Purtroppo, non è sempre stato così in passato.
Infine, nel tempo breve che porta alle elezioni europee è segno di grande responsabilità stare accanto alla società civile e all’opinione pubblica, sia perché la politica nasce da questo terreno, sia perché l’Europa non può vivere senza l’intelligenza di queste due realtà. Accompagnare entrambe in un nuovo percorso europeo è un compito alto per una cultura e una comunicazione che, unite nel servizio alla coscienza, sappiano indicare i valori che fanno dell’Europa una maestra in umanità. Ed è, quello dell’umanità, il dono più prezioso che il mondo si attende dal Vecchio Continente.