NAPOLI

Hanno bruciato il futuro

A fuoco la ”Città della Scienza”. Il professor Fusco Girard: ”Questa cittadella rappresentava una infrastruttura intellettuale e culturale che andava ad arricchire il patrimonio strutturale della città. Colpendola si è assestato un forte danno allo sforzo complessivo di ammodernare la città e di offrire alle giovani generazioni una prospettiva di novità” ” “” “

La sera di lunedì a Napoli, nell’area di Bagnoli, è andata quasi totalmente in fumo la "Città della Scienza", il museo interattivo considerato un gioiello del capoluogo partenopeo, visitato ogni anno da oltre 350mila persone. Costituita da spazi museali veri e propri, un planetario, un centro congressi, uno spazio dedicato alla formazione quale incubatore di imprese e un’area per mostre d’arte, la cittadella si trovava nella zona di Bagnoli, un tempo sede dell’Italsider poi bonificata e riconvertita. Al momento si indaga sulla ragione di questo incendio così devastante, che ha distrutto al 90 per cento le varie strutture museali. C’è sconcerto e disperazione tra i 160 dipendenti che hanno perso il posto. Il Sir, ha intervistato un esperto di economia urbana, il professor Luigi Fusco Girard, che insegna tale disciplina all’Università Federico II di Napoli.

Professore, che significato assume il tragico evento del rogo che ha distrutto la "Città della Scienza" di Napoli?
"Non sappiamo ancora quali siano le cause, se accidentali, dolose, colpose o criminali. Comunque sia, è stato colpito al cuore un simbolo, un luogo che significava e come anticipava un futuro migliore per la città di Napoli, un futuro più desiderabile, più umano. Per il capoluogo partenopeo esso voleva dire la prospettiva di un domani non legato solo al turismo, all’attrattiva ambientale e paesaggistica, alla sua storia culinaria e popolare, ma invece un futuro proiettato sul crescere della conoscenza in campo economico, scientifico, tecnologico. In una parola, sul futuro basato sulla creatività e sull’innovazione".

Nella giornata odierna le voci di esponenti politici di ogni schieramento si sono levate auspicando abbastanza coralmente la ricostruzione del museo. Sono anche state fatte critiche per il numero forse eccessivo di dipendenti, per i bilanci a quanto pare in rosso profondo. Che dire al riguardo?
"Non conosco nello specifico questi aspetti gestionali e lavorativi. Però non si può che concordare sul fatto che la ‘Città della Scienza’ rappresentasse un polo di attrazione di prim’ordine, con il richiamo diretto a interpretare il futuro in maniera più moderna, rispetto alla tradizione. Questa cittadella-museo in fondo proponeva la cultura scientifica come catalizzatore di creatività e innovazione, veicolando il messaggio che la base culturale di una città è la sua prima e vera ricchezza".

Se si trattasse di un incendio doloso, appiccato a quanto pare in più punti, vorrebbe dire che, al di là dei motivi più diretti e negativi, chi lo ha innestato voleva anche colpire un’ "idea", oltre che un sito concreto?
"Certamente, perché questa cittadella rappresentava una infrastruttura intellettuale e culturale che andava ad arricchire il patrimonio strutturale della città di Napoli. Quindi colpendola si è assestato un forte danno simbolico e concreto a uno sforzo complessivo di ammodernare la città e di offrire alle giovani generazioni una prospettiva di novità".

A proposito dei giovani: sembra che per le scolaresche la "Città della Scienza" fosse una meta molto gettonata e apprezzata. Cosa dire oggi, dopo la sua distruzione?
"Che la distruzione di un simbolo non cancella il valore della sua natura e dell’intuizione che ne favorì la nascita. Il futuro oggi, sempre più, dipende dalle tecnologie e anche dal loro buon uso. Le scolaresche che la visitavano hanno a loro modo contribuito a un progetto culturale di una città che voleva crescere, favorendo la circolarità delle idee e degli stimoli. Il simbolo di come produrre ricchezza in maniera più moderna è stato colpito e disintegrato, ma non lo sarà la concezione di fondo su cui poggiava, cioè il desiderio di crescere con creatività e originalità".

Cosa fare a Napoli, e anche nel Mezzogiorno, dopo un fatto come questo?
"Di fronte al rischio di vedere accelerato il declino della città e del territorio, per i noti problemi del lavoro, dell’inquinamento, delle attività produttive che sono in difficoltà, l’idea della cittadella della scienza rimane valida: il successo o il fallimento di qualsiasi politica urbana dipende da una cultura diffusa e metabolizzata da parte dei suoi abitanti. Solo a questa condizione si potrà fare di una presenza come questa uno stimolo concreto per il territorio".

Quali limiti lei oggi vede per il Mezzogiorno d’Italia?
"Mi sembra che, a diversi livelli, si registri una certa incapacità di essere ricettivi alle forze esterne del cambiamento. Inoltre ci sono evidenti e fortissime tensioni interne che tendono a destabilizzare la società. Su questi fronti occorre lavorare con grande serietà".

Si può concludere con un messaggio positivo, pur di fronte a un evento certamente triste perché colpisce una città già pesantemente colpita su più fronti, una specie di "città martire"?
"Occorre essere positivi e aperti alla speranza. Direi che bisogna impegnarsi, ciascuno a partire dalle proprie responsabilità, perché da un fatto negativo come questo derivi uno slancio in avanti. Credo sia opportuno farne un’occasione per rilanciare un piano strategico, che punti sulla cultura, sull’educazione, sulla creatività. Tutte virtù che rientrano nelle radici umane e culturali della città e che sono oggi quanto mai necessarie per costruire un futuro migliore".