SETTIMANA SOCIALE
L’arcivescovo Nosiglia illustra come la diocesi si prepara a ospitare il grande appuntamento di settembre. ”Vorremmo che i giovani fossero protagonisti attivi di questo evento. Portano creatività e speranza, rifuggono dai discorsi scontati, si fanno portavoce delle istanze più forti e più vere di una cultura complessa come quella di oggi”. E ancora: ”Non è ammissibile una legge che equipari la famiglia tradizionale ad altre forme di convivenza”
Un cammino preparatorio che coinvolge laici e presbiteri, parrocchie, associazioni e movimenti, con l’auspicio che dalla Settimana Sociale derivi un rinnovamento, per la Chiesa e la società, che ponga al centro la famiglia. Così l’arcidiocesi di Torino si sta preparando all’evento che la vedrà protagonista, dal 12 al 15 settembre 2013, a partire dal tema "La famiglia, speranza e futuro per la società italiana". A sei mesi dall’appuntamento il Sir ha incontrato, in arcivescovado a Torino, monsignor Cesare Nosiglia, vescovo della diocesi piemontese. Dopo Roma, Torino è la città che ha ospitato per il maggior numero di volte (quattro) la Settimana Sociale: ultima, in ordine di tempo, nel 1993.
Nella "Lettera invito" il Comitato organizzatore ricorda come Torino sia la città di diversi santi "sociali". E a settembre si vuole parlare di famiglia "nella prospettiva specifica e propria delle Settimane Sociali". Cosa significa?
"L’impegno sociale di questi nostri santi, certamente forte, ci aiuta a recuperare le radici della santità, così come in un albero sono le radici, che non vediamo, a determinare i frutti che invece possiamo vedere e assaporare. Venendo al tema della Settimana Sociale, la famiglia, lo affronteremo indubbiamente in chiave sociale – pensiamo al lavoro, all’abitare, al welfare – ma bisogna che ci sia una radice da cui partire per dare un indirizzo, un orientamento che abbia alla base la promozione umana. La radice è il nodo antropologico, che dobbiamo tenere in evidenza perché è fondamento dell’identità e della natura della famiglia".
Quale testimonianza viene dalla famiglia – quella fondata da un uomo e una donna uniti in matrimonio – per la società?
"È come una luce che illumina le scelte che in fondo corrispondono alle più vere e sentite esigenze di ogni persona. Sono convinto che nel cuore di chi convive vi sia la consapevolezza che c’è qualcosa di più cui tendere, un desiderio di stabilità e fedeltà che è nella natura umana. Per questo non è ammissibile una legge che equipari la famiglia tradizionale ad altre forme di convivenza, perché attutisce nella coscienza quella consapevolezza che c’è una meta alta cui tendere. Un nucleo familiare unito dal matrimonio è un valore fondamentale che va sostenuto e non confuso con altri tipi di legame".
Il Comitato scientifico e organizzatore ha espresso la volontà di mettere in luce "la speranza che ci viene dal vissuto di tantissime famiglie"…
"Vorrei che la Settimana Sociale mettesse in rilievo le fatiche, le difficoltà, ma anche le gioie e le speranze di tante famiglie. Penso a quelle numerose, a quante partono per esperienze di missione, a coloro che quotidianamente convivono con situazioni di malattia, oppure sperimentano l’amore verso i propri cari e altre persone in situazioni difficili. Non vanno sui giornali, ma basterebbe parlare con i parroci per capire che ovunque ne abbiamo. Purtroppo a livello pubblico il loro impegno spesso non è riconosciuto, ma sono un vero ammortizzatore sociale che si basa sull’amore, sull’impegno e sul sacrificio".
Come si sta preparando la diocesi a questo evento?
"Abbiamo in programma diverse iniziative. Tra queste il consiglio pastorale diocesano – rinnovato in questi mesi – elaborerà un contributo che farà poi conoscere a tutta la diocesi e ai delegati piemontesi alla Settimana Sociale, quale voce della Chiesa torinese. Mentre il sinodo dei giovani ha avviato dei ‘focus group’".
Sui giovani, già dalla scorsa edizione a Reggio Calabria, si concentra in particolar modo l’attenzione delle Settimane Sociali…
"Vorremmo che fossero protagonisti attivi di questo evento. I giovani portano creatività e speranza, rifuggono dai discorsi scontati, si fanno portavoce delle istanze più forti e più vere di una cultura complessa come quella di oggi".
Alla famiglia lei ha dedicato la sua prima lettera pastorale, nel 2011. Molteplici sono i fattori di crisi, tra cui quella economica che – dicono i dati – in Piemonte è particolarmente pesante. C’è una sofferenza particolare delle famiglie torinesi?
"A Torino si soffre molto per la crisi, con circa 100mila licenziati, molti lavoratori in cassa integrazione. La nostra Caritas si sta attrezzando non solo per dare sussidi, ma per accompagnare le famiglie a livello psicologico, umano e spirituale per affrontare le situazioni. Anche la pastorale del lavoro sta operando con impegno per promuovere percorsi di orientamento al lavoro per i giovani, borse lavoro per chi si attiva nel campo dell’imprenditoria giovanile, forme di accompagnamento verso una nuova occupazione per chi è rimasto senza. C’è anche un forte impegno per sviluppare una vicinanza a tanti lavoratori e imprenditori in difficoltà, un raccordo con le componenti del mondo del lavoro, le istituzioni e le fondazioni. Oltre a ciò, però, c’è una crisi etica che ha determinato situazioni difficili e di divisione. Credo, pertanto, che si debba insistere nella pastorale per far comprendere quelli che sono ‘valori non negoziabili’ in quanto fondamenta della nostra società, in mancanza dei quali tutto si deteriora".
Nella sua prima lettera pastorale parla della formazione di sposi e genitori. Come educare a essere famiglia?
"L’individualismo oggi è il tarlo di tutta la nostra società. Bisogna cominciare già con i bambini e i ragazzi a introdurre una dimensione comunitaria, che non è solo welfare, aiuto del povero, ma un ‘io’ che deve diventare ‘noi’. A mio parere, sarebbe importante parlare della vocazione al matrimonio non solo nei corsi per fidanzati, ma fin dalla scuola, soprattutto con gli adolescenti. Bisogna educarli al senso della comunità, come pure all’amore come dono di sé".
Talora vediamo che si consumano anche fallimenti nell’esperienza familiare. Come porsi verso costoro?
"Un fallimento matrimoniale non pone fuori dalla Chiesa, che invece resta sempre madre. Per questo dico di stare vicino a chi vive queste condizioni. Ritengo che sia un apostolato, una missione propria delle famiglie cristiane farsi carico ed essere prossime a quelle che sono più in difficoltà. Ciò non significa chiudere gli occhi di fronte a certe scelte: come un genitore, nell’educare i figli, è chiamato a dire dei no, così occorre mostrare che certe scelte non sono conformi alla dottrina cristiana. Ma questo non vuol dire esprimere un giudizio sulle persone, che invece vanno amate specialmente quando attraversano momenti difficili. Il compito della comunità cristiana e dei suoi pastori è quello, difficile, di coniugare misericordia e verità".
Cosa si attende, per la diocesi, dalla Settimana Sociale?
"Mi auguro che possa essere un riferimento importante per valorizzare al massimo la famiglia come realtà di base. Vorrei che la famiglia divenisse soggetto portante della nostra pastorale, perché comprende tutti gli altri soggetti: giovani, adulti, anziani, malati ecc. Attraverso essa passa la possibilità del rinnovamento della Chiesa, oltre che della società".