UNIONE EUROPEA
Alla vigilia del summit gli Stati membri fanno i conti con le difficoltà interne
Sarà un summit carico di tensioni quello che il 14 e 15 marzo riunirà a Bruxelles i capi di Stato e di governo dei 27 Paesi aderenti all’Ue, cui si aggiungerà il premier della Croazia, in dirittura d’arrivo per l’adesione fissata al 1° luglio. Sul tavolo saranno posti i temi della governance economica alla luce di una ripresa che tarda a concretizzarsi; aleggeranno nell’aria i nodi irrisolti del bilancio pluriennale, dell’unione bancaria e dell’unione economica e monetaria. Ma soprattutto ogni leader porterà con sé le preoccupazioni domestiche che segnano, in misura differente, gli Stati dell’Unione: si tratti di instabilità politica, di dolorose riforme sociali cui dar corso, di prodotto interno lordo con segno negativo, di disoccupazione che lievita, di populismi rafforzati.
Fra rigore e crescita. Tracciare la mappa completa dei problemi che segnano l’Europa comunitaria è pressoché impossibile, data la vastità del continente e le diversità – geografiche, sociali, politiche, culturali – che lo attraversano e che, in positivo, ne indicano la ricca multipolarità. Di sicuro un tratto unificante di questa Unione è oggi costituito dalla fragilità economica e produttiva dovuta alla crisi, la quale in qualche Paese sta ancora producendo pesantissime ricadute sulla popolazione, mentre in altri casi si avvia al tramonto. Il fronte tedesco è emblematico di come si possa, con una sorta di implicito patto nazionale, contrastare la recessione mediante un mix di sacrifici, austerità, slancio creativo e investimenti coraggiosi. La Germania di Angela Merkel è tornata a essere una "locomotiva" economica, alla quale però faticano ad agganciarsi i vagoni degli altri Paesi. Il Pil di segno positivo e la disoccupazione ridotta ai minimi, consentono a Berlino di guardare al futuro con maggior serenità, mentre la stessa Merkel può sperare che le elezioni legislative del prossimo settembre tornino a dare fiducia alla sua Cdu, dopo le innumerevoli sconfitte a livello regionale cui è andato incontro il partito. Il rigore che sul fronte interno ha rimesso sui binari la Germania è lo stesso che la cancelliera vorrebbe imporre all’Europa piegata da stagnazione e conti pubblici fuori controllo. L’ultimo segnale in questo senso giunge dalla Francia del presidente François Hollande, il quale, non a caso, è capofila degli Stati che invocano meno rigore e più sostegno comunitario alle azioni per la crescita.
Leader indeboliti. Se l’impasse economico attraversa in lungo e in largo l’Ue, non di meno accade sul piano politico, con una crisi di rappresentatività e di credibilità che blocca l’azione di diversi parlamenti e governi nazionali. Il voto italiano del 24-25 febbraio, letto quasi ovunque come il successo di populismi anti-rigore e anti-Europa, in realtà preoccupa Berlino non meno di Bruxelles, per i suoi eventuali risvolti sulla stabilità dell’Eurozona, esattamente come era avvenuto nei mesi addietro per la Grecia. Così il premier italiano pro-tempore Mario Monti arriva al Consiglio europeo del fine settimana in posizione di debolezza negoziale, senza poter assumere impegni di medio-lungo periodo che quasi certamente un altro primo ministro dovrebbe poi portare a compimento. Tra i leader sotto osservazione per quanto riguarda le modeste performance economiche si annoverano anche quelli di Spagna, Portogallo, Slovenia, Romania, della stessa Grecia, delle repubbliche baltiche.
Ungheria, Regno Unito. A Bruxelles appariranno rappresentanti nazionali appena entrati in carica (Repubblica ceca, Slovenia, Cipro, Malta) e altri che stanno fronteggiando pesanti emergenze sociali (Bulgaria su tutte). Il premier ungherese Viktor Orban sarà ancora una volta "osservato speciale" dopo l’approvazione, l’11 marzo, del cosiddetto "quarto emendamento" alla Costituzione, sul quale aveva scommesso lo stesso Orban, raccogliendo immediate reazioni negative da Ue e Consiglio d’Europa, allarmate per quanto riguarda il rispetto della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti fondamentali. E se Austria, Finlandia e Paesi Bassi vedono rinsaldarsi sentimenti e forze politiche euroscettiche, nel Regno Unito le posizioni fortemente critiche verso l’unità europea sono addirittura rappresentate dal premier David Cameron, il quale ha promesso, in caso di rielezione, un referendum da tenersi nel 2017 per chiedere ai sudditi della regina se intendono restare nell’Ue.
"Unire i popoli". In questo quadro, appare non scontato l’interesse che da Oltreoceano si riserva a quanto avviene sul vecchio continente. Più volte la Casa Bianca si è espressa con preoccupazione di fronte a fenomeni e atteggiamenti potenzialmente disgregatori. Mentre nei giorni scorsi il "New York Times", augurandosi "una nuova belle époque" per l’Europa, ha fatto appello ai suoi leader politici: "Incoraggiate la creazione di un unico spazio pubblico e culturale europeo. Dateci una visione per i popoli d’Europa: fateli sognare di poter diventare un popolo solo". "Se aspirate sinceramente a un’Europa politica, allora assumetevene la responsabilità con coraggio e con una visione che trascenda le prossime elezioni e il prossimo scossone economico che si incontrerà lungo il cammino. Promuovete una unione spirituale del continente, ben strutturata intorno alla sua eterogeneità". Chissà se premier e cancellieri europei leggono la stampa statunitense…