EDITORIALE
Ue e Usa: un accordo economico che interpella i cristiani
Nel suo discorso sullo stato della nazione del 12 febbraio scorso, Barack Obama ha annunciato l’avvio dei negoziati con l’Unione europea (Ue) in vista di un partenariato transatlantico di commercio e d’investimento, perché un "commercio libero ed equo attraverso l’Atlantico favorisce dei posti di lavoro americani ben retribuiti". Accolta con favore a Bruxelles, Berlino e Londra, questa decisione era stata attesa con molta impazienza dal lato europeo dell’Atlantico, poiché, in questa fase di morosità economica, le belle notizie sono rare. La sfida è comunque sia etica sia economica.
"Un accordo globale e ambizioso tra l’Ue e gli Stati Uniti potrebbe portare tra adesso e il 2027 guadagni annuali totali traducibili con un aumento del Pil pari allo 0,5% per l’Ue e dello 0,4% per gli Stati Uniti", si leggeva in un comunicato della Commissione europea il giorno dopo l’annuncio del presidente americano. Dato che la zona euro ha subito una recessione nel 2012 e una crescita zero nel 2013 e che l’impiego resta un dato dell’attività economica, queste cifre non si possono sottovalutare.
La scelta a livello politico si è basata sul documento finale di un ragguardevole gruppo di lavoro per l’impiego e la crescita, costituito nel novembre 2011 sotto la presidenza del commissario europeo in carica per le politiche commerciali Karel de Gucht e del rappresentante americano per il commercio Ron Kirk. Il documento raccomanda l’apertura dei negoziati per un accordo globale in tre grandi parti.
La prima parte riguarderebbe l’accesso al mercato con l’obiettivo primario di eliminare tutti i dazi doganali restanti tra queste che sono le due più grandi entità economiche del mondo. Tenuto conto che questi dazi doganali sono già molto bassi (in media 5.2% per l’Ue e 3,5% per gli Stati Uniti) si dovrebbe raggiungere un accordo su questo punto senza troppa difficoltà, anche se in alcuni settori la sfida quantitativa è più importante. Così, il prezzo delle automobili prodotte negli Stati Uniti e vendute in Europa potrebbe abbassarsi del 10% e un camioncino europeo non sarebbe più tassato del 25% al suo ingresso sul mercato americano. In questa prima parte dell’accordo sarebbero ugualmente coperti l’apertura di servizi, ivi compresi di trasporti, la liberalizzazione e la protezione degli investimenti e l’accesso ai mercati pubblici.
In secondo luogo, inoltre, i futuri partner nella più grande zona di libero scambio del mondo desiderano conformarsi o accettare reciprocamente le loro procedure e standard tecnici e sanitari per l’approvazione dei prodotti. Questi ostacoli non tariffari di solito sono molto onerosi per le imprese. È quindi in questo ambito che il potenziale di un accordo è allo stesso tempo il più ricco, ma anche il più difficile da raggiungere. Così, la cultura della precauzione in Europa che impone una tassa sulla prova alle imprese prima della commercializzazione di un prodotto sembrerebbe difficilmente conciliabile con l’approccio americano che privilegia un sistema ex post fondato su pesanti sanzioni in caso di problema. Rappresenterà anche un’ingombrante pietra di inciampo la questione delle norme in materia di sanità e igiene, per esempio, per i prodotti alimentari. Basti pensare alla percezione divergente sugli alimenti geneticamente modificati sui due lati dell’Atlantico e ricordare il dibattito sulla carne agli ormoni.
L’ultimo grande capitolo dell’accordo in progetto sarà consacrato alle questioni internazionali, al fine di poter difendere insieme a livello mondiale un alto livello di proprietà intellettuale e di promuovere congiuntamente gli aspetti sociali e ambientali del commercio e dello sviluppo sostenibile.
Quest’ultimo aspetto interesserà certamente delle istanze ecclesiali dedicate alla cooperazione internazionale, ma l’accordo globale merita una valutazione etica più generale. Si potrebbe pensare al rischio di svalutazione competitiva tra due monete forti in una unica zona di libero scambio. Bisognerebbe tenere conto degli interessi dei più deboli e dell’imperativo ecologico. I cristiani in Europa e negli Stati Uniti potrebbero contribuire insieme all’elaborazione di una dichiarazione di valori comuni. Nutrita dall’ottimismo di Benedetto XVI, che nell’enciclica Caritas in veritate diceva che "in tutte le culture ci sono singolari e molteplici convergenze etiche, espressione della medesima natura umana" (59), la dichiarazione potrebbe arricchire questo accordo e farlo diventare un documento di apertura al mondo intero.