SAN BENEDETTO
21 marzo: festa del Patrono d’Europa. L’abate primate, il tedesco Notker Wolf ne ripercorre l’attualità. Vedi le lezioni che i monaci tengono ai manager aziendali ai quali insegnano la responsabilità diretta non solo verso il profitto ma soprattutto verso gli operai e impiegati
Ha preso il via lo scorso 8 marzo, da Norcia, con l’accensione della Fiaccola "Pro Pace et Europa una", il programma delle "Celebrazioni Benedettine 2013", che culminerà nella giornata del 21 marzo, festa di san Benedetto da Norcia, patrono principale d’Europa. La fiaccola, dopo essere transitata nelle città benedettine di Subiaco e Cassino, parte oggi, 13 marzo, alla volta di Parigi dove verrà accolta, tre giorni dopo, nella cattedrale di Notre Dame di cui ricorre l’850° anniversario della costruzione. "Nel clima di incertezza e di confusione culturale nel quale siamo immersi – ha affermato monsignor Renato Boccardo, arcivescovo di Norcia, nel messaggio per le celebrazioni – è significativo ricordare la figura e l’insegnamento di Benedetto da Norcia, un uomo che ha saputo far incontrare il messaggio del Vangelo con le esigenze più profonde dell’uomo. Oggi più che mai abbiamo bisogno di guardare al patrono d’Europa come maestro di vita, uomo che, nell’equilibrio, nella serenità e nella pace interiore, ha trovato la forza di lanciare un messaggio forte agli uomini del suo tempo. Mi sembra che lo stesso messaggio possa essere riproposto anche oggi". La figura del santo di Norcia è stata richiamata più volte nel corso del suo Pontificato anche da Benedetto XVI. Nella sua ultima udienza, il 27 febbraio, prima di lasciare il governo della Chiesa, Benedetto XVI, spiegando la sua decisione ha affermato: "Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso… San Benedetto, il cui nome porto da Papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio". Sull’attualità del messaggio di san Benedetto, Daniele Rocchi, per il Sir, ha posto alcune domande all’abate primate della Confederazione benedettina, il tedesco Notker Wolf.
Padre abate, alla luce della predilezione mostrata per Benedetto da Norcia, si può dire che Papa Ratzinger sia stato un pontefice benedettino?
"Papa Ratzinger ci ha riportato all’essenza dell’esperienza benedettina che pone Dio al centro della vita di ogni uomo. Nella Regola, infatti, san Benedetto scrive di non anteporre nulla all’amore di Dio. Inoltre Benedetto XVI, nei suoi otto anni di pontificato, ha sintetizzato magnificamente quei tre cardini della vita del santo di Norcia che sono la Croce, il libro e l’aratro, descritti da Paolo VI nella sua lettera apostolica, ‘Pacis nuntius’ (1964), con cui lo eleva a patrono d’Europa. Benedetto XVI ha cercato di riportare l’Europa e il mondo a riscoprire le vere fondamenta della civiltà, ovvero l’amore e la pace di Dio. Ed ha fatto lo stesso anche per la Chiesa preda di tensioni interne".
La Croce, ovvero la legge di Cristo che deve regolare, nell’esperienza di san Benedetto la vita pubblica e privata. Questa visione è ancora attuale, praticabile, nonostante il secolarismo e il relativismo etico della nostra società?
"Sotto la Croce è possibile capire e vedere le sofferenze di questo mondo e sostenerle attraverso l’esperienza della preghiera. Benedetto da Norcia seppe, in tal modo, cementare l’unità spirituale dell’Europa e avvicinare popoli divisi sul piano linguistico, culturale ed etnico. Ritengo sia una lezione valida ancora oggi".
Con il Libro, quindi la cultura, san Benedetto seppe anche preservare e tramandare il patrimonio umanistico che, in quel tempo (VI sec. d.C.), si stava disperdendo…
"Questo fu una logica conseguenza della volontà di Benedetto da Norcia. I suoi monaci, infatti, dovevano saper leggere e scrivere e siccome non avevano libri a sufficienza dovevano scriverli e copiarli. Nei monasteri nacquero le prime scuole, nelle biblioteche monastiche nacque la cultura e il culto del sapere, una delle basi della libertà dell’uomo. Anche questo è un rimando di grande attualità per la nostra società".
Già, ma il sapere leggere e scrivere di allora a cosa corrisponde nella vita di oggi?
"Parlerei di formazione che non è solo scientifica, ma del carattere. Benedetto seppe formare anche caratteri, e questi fu uno dei motivi per cui molti rampolli della Roma patrizia di quel tempo furono mandati da Benedetto. In lui trovarono un esempio, una norma per la loro vita. Furono formati spiritualmente e anche sotto il profilo umano, una formazione che forse oggi manca".
Il terzo cardine della vita benedettina è l’aratro, che sta ad indicare il lavoro materiale. San Benedetto seppe dare nuova dignità alla fatica umana unendola alla preghiera, come attesta il motto ‘Ora et labora’ (prega e lavora). Un lavoro dignitoso, base di vero ordine sociale, che oggi con la grave crisi economica e finanziaria, sembra un miraggio…
"La mancanza di lavoro è un grave problema del nostro tempo. L’idea di san Benedetto era quella che i suoi monaci potessero mantenersi con il lavoro manuale. In quel tempo, poi, non si sapeva cosa fosse la disoccupazione. Tuttavia questa resta un’idea valida ancora oggi in un tempo in cui la crisi sta mietendo posti di lavoro. Il lavoratore non si sente più valorizzato. Una possibile soluzione – diciamo benedettina – al lavoro è lo studio, la formazione, il puntare alla creatività, allo scoprire nuove strade e nuove idee, quindi non restare inerti davanti al problema".
Una tesi che trova conforto nella scelta di molti grandi gruppi industriali di proporre ai propri manager corsi di gestione aziendale tenuti da benedettini. Lei stesso è solito tenere conferenze su questi temi: che cosa insegnate?
"Nei nostri corsi insegniamo innanzitutto la responsabilità diretta del manager non solo verso il profitto ma soprattutto verso gli operai e impiegati dell’azienda. Inoltre insegniamo loro la capacità di fare unità, di fare corpo con tutti i dipendenti. Lo sviluppo e la crescita economica ed umana nasce solo attraverso l’unione. Questa crescita avrà conseguenze positive su tutta la società".
Dunque l’esperienza benedettina ha ancora molto da dire al mondo di oggi. Paolo VI scrive che san Benedetto al crollo dell’Impero Romano seppe con il suo impegno far nascere una nuova èra. Può essere così anche oggi?
"Il contributo che può venire è quello di una umanizzazione attraverso la fede. Il che significa, per ciascuno di noi, sentirsi responsabile verso gli altri e verso Dio. Questo atteggiamento ci orienta nel nostro vivere e convivere".
L’esperienza di vita di san Benedetto e dei suoi monaci, oggi come allora, è trascritta nella sua Regola. Ci sono aspetti della Regola che più di altri sono da proporre con forza all’attenzione dell’uomo moderno in un tempo di crisi come questo?
"Come dicevo poc’anzi, l’unione, il vivere in comunione, in comunità. Questa è la risposta all’individualismo che è alla base di tanti problemi, non ultimo la disgregazione delle famiglie. Altro aspetto è l’accoglienza ed il sostegno dell’altro, in primis di coloro che sono più deboli e svantaggiati. Comunione e accoglienza che vanno unite al primato di Dio nella vita di ciascuno, un concetto che Benedetto XVI ci ha sempre richiamato nei suoi scritti, discorsi e catechesi".
A proposito di Papa. Quale Pontefice si augura esca dalla Cappella Sistina?
"L’auspicio è che venga eletto un Papa di profonda fede, di grande amore verso l’umanità, di grandi capacità di comunicazione e di integrare. Un Pontefice che sappia incarnare la collegialità della Chiesa".
Un nuovo san Benedetto, forse?
"Lui è stato un padre per i suoi monaci. Il prossimo Papa dovrà essere anche un buon governatore".