BALCANI E TURCHIA

Sulla strada dell’Ue

Un percorso con molte difficoltà ma con ancor più attese

Dopo il 1989 quando il mondo comunista è crollato, l’Unione europea è riuscita ad affermarsi come l’unico spazio regionale di stabilità e certezza. "Oggi, questa certezza viene messa in discussione e ci si chiede quale sarà il futuro dell’Ue soprattutto per il Sud Est Europa che è la parte periferica e più sofferente dell’Unione" come rileva Othon Anastasakis, direttore del Centro studi europei del College St. Antony di Oxford. Nike Giurlani, per Sir Europa, lo ha intervistato in margine al convegno "Allargamento in prospettiva: Balcani-Turchia", svoltosi nei giorni scorsi al Parlamento europeo.

Che cosa rappresenta per i Balcani e la Turchia la Unione europea?
"L’Ue rappresenta l’unica opzione sensata per il futuro di quest’aerea, mentre altre alternative sono limitate e di breve termine. La Commissione europea continua, giustamente, a monitorare progressi e riforme e il Parlamento a sostenere calorosamente il loro orientamento europeo, perché da questo dipende il futuro dell’economia europea e del progetto europeo".

Quali sono i principali problemi per i Paesi candidati e i potenziali candidati nell’area balcanica?
"Innanzitutto problemi di natura socioeconomica, dovuta al basso livello di sviluppo economico della regione, all’instabilità politica, alla regressione democratica e al ritmo lento delle riforme. Inoltre, vanno valutati anche i problemi bilaterali e le rivalità storiche tra i Paesi aspiranti e anche quelli tra gli Stati membri e i Paesi candidati che creano ulteriori ostacoli al buon funzionamento del processo di allargamento della regione. Per quanto riguarda l’Ue, ci sono anche problemi di riluttanza all’ampliamento e al coordinamento interno a causa della delicata situazione economica in atto".

Che cosa intende?
"Questa è la prima volta che l’allargamento dell’Unione europea viene condotto nel contesto di una grave crisi economica che ha colpito la maggior parte dei membri della zona euro e ha un impatto su tutti i Paesi dei Balcani. Si tratta di una grande sfida per la Commissione europea, e un test personale per il commissario Štefan Füle, per produrre dei risultati reali in un momento in cui l’impatto e l’influenza della Commissione è in declino e il programma di allargamento è offuscato dai problemi della zona euro".

Come viene percepita la crisi economica e politica della Ue in questi Paesi?
"Ha scosso le loro credenze nella capacità di trasformazione dell’Ue. Ha decostruito alcuni miti che erano stati dominanti prima della crisi. Le storie di successo dell’Europa meridionale (Spagna, Portogallo e Grecia) così come quelle dell’allargamento (Slovenia, Ungheria e Cipro) sono ora viste come storie di instabilità, austerità e disoccupazione. Da qui la perdita di attrattiva verso la Ue e l’ascesa di altri soggetti esterni che con il loro potere economico (Cina), o il loro potere politico e risorse energetiche (Russia) sono diventate attraenti opzioni, nonostante il fatto che il loro impatto e l’influenza sono più limitate e non possono sostituire l’approccio e l’impegno globale che caratterizza la Ue".

Un esempio?
"La Turchia che è un Paese candidato e un attore esterno dei Balcani, è attualmente l’unica realtà stabile politicamente nei Paesi del Medio Oriente e del Mediterraneo, l’unico Paese che sta crescendo, potendo anche vantare un’autonomia in politica estera. Nella configurazione globale attuale, il futuro europeo della Turchia non è semplicemente una questione bilaterale tra questo Paese e l’Unione europea. Va tenuta presente anche l’influenza del Medio Oriente, la sua instabilità prolungata, l’ascesa di politica energetica e il ruolo della Turchia come via di transito principale per l’energia".

Cosa si aspetta la società civile dai responsabili politici in Europa e nel proprio Paese, al fine di accelerare il processo?
"La società civile nei Balcani può essere una fonte di azioni indipendenti e di controllo democratico, un canale privilegiato per trasmettere all’Ue le paure e le preoccupazioni della gente della regione. Dovrebbero, inoltre, cercare di mantenere la loro indipendenza dai governi centrali e dagli Stati, fungendo da ancore per un’azione più autonoma e, al tempo stesso, preservare lo spirito europeo e democratico per i cittadini di quest’area. Dato che i Paesi dei Balcani occidentali sono piccoli e interconnessi, gli attori della società civile dovrebbero lavorare a livello regionale, al fine di produrre risultati più efficaci. Tuttavia, non si deve sopravvalutare il loro potenziale e la capacità di produrre un vero cambiamento o influenzare il percorso verso la Ue".

Come possono la società civile e le organizzazioni sindacali sviluppare iniziative comuni per un miglioramento della situazione?
"Queste realtà devono lavorare insieme con la Commissione e il Parlamento europeo. È fondamentale operare una riconciliazione, alla luce dei conflitti tra i vari gruppi all’interno e tra i Paesi dell’ex Jugoslavia. Questo è uno dei compiti più importanti per progredire e fermare gli eccessi del potere politico".