NUOVO PREMIER
Li Keqiang dovrà affrontare problemi immensi anche sul fronte dei diritti umani. Vedi i campi di lavoro come i Laogai dove milioni di persone (dai 3 ai 5) dissidenti e anche cristiani, sono rinchiusi. Lavorano sedici ore al giorno per produrre beni che invadono i nostri mercati. A questi campi si aggiungono quelli di “rieducazione”, cosiddetti Laojiao
Del nuovo Premier cinese, Li Keqiang, eletto lo scorso 15 marzo dall’Assemblea nazionale del popolo, si racconta che avrebbe delle responsabilità rispetto a quel che avvenne alla fine degli anni Novanta nella provincia centrale dell’Henan, quando decine di migliaia di persone, a causa di una campagna governativa per donazioni di sangue dietro compenso, contrassero il virus dell’Hiv a seguito di trasfusioni di sangue infetto. In quegli anni, il governatore di quella regione era l’attuale Premier, accusato d’inerzia e di copertura dello scandalo. Accuse che però non sono state mai provate.
Una biografia diversa. La biografia di Li Keqiang, che ha 58 anni, è diversa da quella dei suoi sei predecessori. Figlio di un funzionario provinciale del partito, s’iscrive al Partito comunista cinese nel 1976, dopo due anni di lavoro nelle campagne durante la Rivoluzione culturale, esperienza comune a molti degli attuali dirigenti politici cinesi. Il suo primo incarico è quello di segretario della locale squadra di produzione della contea di Fengyang, nello Anhui. Nel 1982 si laurea in legge presso la prestigiosa Università di Pechino, dove qualche anno dopo prende anche un master in Economia. Contemporaneamente aderisce alla Lega per la Gioventù comunista e lavora a stretto contatto con l’allora segretario generale della Lega Hu Jintao, poi divenuto leader della "Quarta generazione". Entra nel Comitato permanente del Politburo nel 2007. Con la nomina a primo ministro, diventa il numero due del Pcc, dopo il nuovo presidente Xi Jinping, anch’egli eletto nello stesso giorno.
L’immagine della Premiership. Al di là delle dichiarazioni iniziali – "la Cina non può evitare di fare dei cambiamenti", ha detto il premier, per il quale "la priorità massima è trovare un giusto equilibrio tra la crescita economica e il benessere della popolazione" – Li Keqiang, che ha assunto anche l’incarico di ministro dell’Economia, dovrà necessariamente "riparare" l’immagine della premiership, che sembra sia stata compromessa dal suo predecessore. Nell’ottobre scorso, il "New York Times" pubblicò un’inchiesta, basata su documenti che coprivano il periodo tra il 1992 e il 2012. Da essa risultava che Wen Jiabao, il precedente primo ministro cinese, avrebbe accumulato, insieme alla sua famiglia, un’enorme ricchezza: 2,7 miliardi di dollari, costituiti da investimenti in banche, gioielli, resort turistici, aziende di telecomunicazioni e progetti di infrastrutture. Un’altra vicenda inquietante riguarda un altro esponente di primo piano del Pcc, Bo Xilai, il leader caduto in disgrazia l’anno scorso e oggi in prigione in attesa di processo. Ritenuto colpevole di corruzione e abuso di potere, a oggi nessuna accusa è stata formalizzata contro di lui.
Il processo di urbanizzazione. Li Keqiang è considerato un riformista. Dovrà affrontare problemi immensi: ambientali, economici, sociali e geopolitici, che la crescita economica sfrenata degli ultimi dieci anni ha aperto e reso urgenti. Dovrà anche decidere rispetto all’abolizione o meno del "hukou", il permesso di residenza che divide gli 1,3 miliardi di cinesi tra chi è residente nelle campagne e chi nelle città. Per ora, su questo punto – che è alla base dell’esplosione della crescita economica, anche se ha depauperato le campagne – il primo ministro si è limitato ad affermare che il processo di urbanizzazione si dovrà indirizzare non solo verso le grandi metropoli, come Pechino e Shanghai, ma anche verso le cosiddette "città di seconda fascia".
I diritti umani. Anche sul fronte dei diritti umani, i problemi sono giganteschi. Milioni di persone – dai 3 ai 5 milioni, secondo le stime – dissidenti e anche cristiani, sono rinchiusi in Cina nei Laogai, dove si lavora sedici ore al giorno per produrre beni che invadono i nostri mercati. Il numero di questi campi di concentramento è segreto di Stato. I dissidenti ne hanno contati almeno mille. Si stima che dal 1949 siano state incarcerate nei Laogai da 40 a 50 milioni di persone, mentre sarebbero oltre 300 le imprese commerciali collegate a questi campi e 110 i Laogai che pubblicizzano le loro attività sul web. Accanto ai Laogai, esistono anche i "campi di rieducazione attraverso il lavoro", i cosiddetti Laojiao, istituiti negli anni Cinquanta per trasformare i "cattivi soggetti" in "nuove persone socialiste": una "forma di detenzione extra giudiziaria", dove le persone possono venire internate fino a 4 anni senza un processo, ai lavori forzati, senza la difesa di un avvocato e per decisione della sola polizia. I detenuti, come ha più volte denunciato Amnesty International, possono essere percossi o sottoposti a torture e maltrattamenti, specie se rifiutano di ripudiare i loro "crimini". Dai tempi di Deng Xiaoping, i Laojiao sono divenuti vere e proprie aziende, nelle quali si produce ogni cosa, a basso costo. Secondo il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sul lavoro forzato e la detenzione arbitraria, vi sono non meno di 300mila persone internate in oltre 280 campi. Le condanne colpiscono soprattutto le religioni non autorizzate – decine di migliaia gli adepti internati della Falun Gong – e le minoranze etniche come gli Uighuri. Nei campi vengono rinchiusi inoltre drogati, prostitute e alienati mentali, considerati "minacce sociali".
Durante la conferenza stampa di presentazione, rispondendo alla domanda di una giornalista cinese, Li Keqiang si è impegnato a presentare entro la fine dell’anno la "riforma" dei campi di lavoro. Sarebbe una svolta per il regime cinese, che potrebbe preludere ad un piano di riforme, seppur "cauto" – come viene definito il nuovo leader – quanto mai necessario e non più rinviabile.