ADDIO GIOVANNI NERVO

La tenerezza della carità

Una vita, la sua, donata alla Chiesa dei poveri. La carità operosa e la carità pensante avevano trovato in lui l’intelligenza della sintesi

Tenerezza, questa parola richiamata più volte da Papa Francesco ha certamente fatto sussultare di gioia monsignor Giovanni Nervo perché lui della tenerezza aveva fatto lo stile di vita personale e il biglietto da visita negli incontri con tutti, a cominciare dai poveri e dai deboli. Credo proprio che sia morto con una gioia sconfinata nel cuore nel vedere e ascoltare un Papa venuto da così lontano ma a lui così vicino. Una vita di prete, la sua, interamente donata agli ultimi con la preghiera, le opere, il pensiero e il sorriso.
Primo e unico presidente della Caritas non vescovo, aveva compreso e fatto suo il desiderio di Paolo VI di una Chiesa più consapevole e coraggiosa accanto agli ultimi e così aveva immediatamente dato radici culturali e spirituali alle opere di carità perché non venissero "confinate" nella mentalità dell’elemosina e della beneficenza.
Si era messo in cammino sulla strada del Concilio. "La lezione più importante da cogliere anche per il futuro – aveva detto recentemente in un’intervista al Sir sul Concilio – è contenuta, a mio avviso, nell’introduzione della Costituzione conciliare ‘Gaudium et Spes’: ‘Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore’".
La carità operosa e la carità pensante avevano trovato in lui l’intelligenza della sintesi e con questa sua convinzione aveva aperto una grande pagina nella storia della nostra Chiesa e, quindi, della nostra Caritas.
Aveva scosso la coscienza di molti dentro e fuori la comunità cristiana con la forte promozione dell’obiezione di coscienza, del servizio civile, della cultura dell’accoglienza, dell’impegno politico come servizio ai più poveri.
Era arrivato a mettere in discussione la regola politica della maggioranza quando questa era fatta da e per interessi forti mentre, diceva don Giovanni, la democrazia per essere davvero tale deve sempre avere a cuore la sofferenza e i diritti dei più deboli.
Certamente aveva sofferto per questa audacia, non sempre compresa dentro e fuori la realtà cattolica, ma aveva saputo rielaborare la sofferenza e farla diventare un motivo in più per amare e far amare la Chiesa e i poveri.
Di questi temi mi capitava di parlare con lui quando, all’inizio dell’esperienza del Sir, lo incontravo in un piccolo Ufficio Cei di cui era direttore con l’incarico di seguire i problemi del territorio.
Non rimase a lungo con questo incarico ma mai venne meno il suo amore per il territorio perché qui vedeva un’espressione bella e alta della Chiesa, qui vedeva una Chiesa capace di stare con amore nella storia, qui vedeva una Chiesa che, senza venir meno alla sua specificità, si poneva in dialogo permanente con le istituzioni per essere insieme al servizio della città.
Ed è per questo motivo che amava i settimanali cattolici locali, i giornali della Fisc e li incitava a essere più coraggiosi nel dare voce ai senza voce, nel denunciare le ingiustizie, nel proporre progetti di speranza, nel raccontare le esperienze di accoglienza e di solidarietà sul territorio.
Carità operosa e carità pensante è stato il binomio inscindibile che lo ha accompagnato e che egli ha sempre indicato come strada maestra per la Caritas italiana ma anche per la Fondazione Zancan che aveva creato come laboratorio di pensiero e di studio.
Infine, in un altro momento è da immaginare splendente il sorriso di monsignor Giovanni Nervo e precisamente quando Papa Francesco ha parlato di "custodia" del creato, degli altri e di se stessi.
"Custodire non è conservare, è esattamente il contrario": in queste parole, questo prete innamorato del Vangelo della carità, riassumeva tutta la sua passione e la sua creatività per far crescere nel cristiano e nella comunità cristiana la testimonianza di un padre che sta accanto ai figli non per mantenerli piccoli e a mediocre misura ma per farli grandi e a misura degli altri e dell’Altro.