IL PAPA E GLI EBREI

L’amicizia coltivata

Due lettere in pochi giorni inviate dal Pontefice al Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni. Quest’anno la Pasqua cristiana e la festa ebraica della Pesach coincidono. Padre Hofman: “La coincidenza quest’anno ci dice che dobbiamo riconoscere Dio come liberatore da tutti i nostri mali…”

"Amicizia" a prima vista tra Papa Bergoglio e la comunità ebraica di Roma. Uno dei primissimi atti di Papa Francesco presa a poche ore dalla sua elezione è stato quello di inviare un messaggio al Rabbino Capo di Roma, Riccardo di Segni per esprimergli da subito la sua intenzione di voler contribuire al progresso delle relazioni tra ebrei e cattolici. Una seconda missiva del Papa al Rabbino Di Segni è arrivata in questi giorni per gli auguri di buon Pesach a tutta la Comunità romana. Anche in questa occasione, il Papa è tornato a ribadire "i legami di stima e di amicizia reciproca". Questa attitudine di Bergoglio verso la comunità ebraica non è casuale: è frutto di una profonda amicizia vissuta negli anni con alcuni rappresentanti della comunità ebraica Argentina. Questo periodo poi richiama le comunità ebraiche e cristiane a "guardarsi" da vicino: da ieri sera gli ebrei sono entrati nella settimana della festa di Pesach, la pasqua. La festa che commemora la liberazione del popolo eletto dalla schiavitù d’Egitto. E sempre questa settimana, parte della cristianità è entrata nella Settimana Santa che culminerà con la Domenica di Pasqua. Una coincidenza propizia. Sulle prospettive del dialogo ebraico-cattolico e sul significato della Pasqua, Maria Chiara Biagioni per il Sir ha intervistato padre Norbert Hofman, segretario della Commissione per i Rapporti con l’Ebraismo istituita presso la Santa Sede.

Tra Papa Francesco e gli ebrei di Roma l’amicizia è scattata subito. Quanti sono importanti i gesti di amicizia per il dialogo ebraico-cristiano?
"Sono importanti. Ma va comunque detto che già Benedetto XVI e Giovanni Paolo II hanno sempre compiuto gesti di amicizia inviando per esempio alla comunità ebraica di Roma gli auguri per la Pasqua e per altre festività. Mi pare però che questo Papa abbia molto a cuore le relazioni con gli ebrei. Lui ha lavorato molto per questo rapporto con gli ebrei. Nella nutrita delegazione ebraica che ha partecipato alla messa di inizio pontificato, erano presenti tre rappresentanti dell’Argentina che hanno avuto con il Papa un incontro veramente caloroso, molto intenso. Si sono abbracciati. Direi quindi che Papa Francesco farà molto per approfondire l’amicizia tra ebrei e cattolici".

Perché è importante questa amicizia? Perché il Papa, tra i suoi primissimi atti da Pontefice, ha sentito il desiderio di inviare personalmente una lettera al Rabbino capo di Roma?
"Direi prima di tutto per motivi teologici, perché noi cristiani abbiamo radici ebraiche e quindi abbiamo un legame particolare con gli ebrei. Sono i nostri "padri della fede", come li ha chiamati Benedetto XVI; "i nostri fratelli maggiori", come li ha definiti Giovanni Paolo II. E questo Papa ha portato il rapporto ad un livello umano di amicizia profonda, avendo una grande esperienza di dialogo in questo ambito".

Questa consapevolezza di avere le radici nella tradizione ebraica è sufficientemente radicata nelle comunità cattoliche o c’è ancora da lavorare?
"Noi dobbiamo sempre lavorare. E lavorare soprattutto a livello di parrocchie, di diocesi. C’è molto da fare ancora. Noi capiamo la situazione di Gesù solo se radichiamo Gesù nell’ebraismo della sua epoca. Il dialogo con gli ebrei quindi per i cristiani non è un’opzione. È un obbligo".

Quali saranno, nel corso di questo Pontificato, le priorità sulle quali questo dialogo dovrà puntare?
"Direi che il nuovo Papa dovrà prima conoscere le attività della Santa Sede. I gesuiti dicono in primo anno non movetur, in primo anno oculi. Significa che per il primo anno non si muove niente e si guarda. Questo Papa certamente deve prima conoscere le attività della Santa Sede e poi su questo fondamento potrà andare avanti. È comunque sempre fondamentale approfondire l’amicizia, riconoscere sempre di più il nostro comune fondamento spirituale, e affrontare insieme i problemi come la secolarizzazione. E poi occorre testimoniare che Dio ama l’umanità: essere quindi testimoni comuni della presenza di Dio nella storia presente".

I cristiani celebrano quest’anno la Pasqua in contemporanea con la pesach ebraica. Che significato ha questa coincidenza?
"La Pesach ebraica dura normalmente una settimana. È la festa in cui gli ebrei si ricordano della schiavitù in Egitto e quindi celebrano il Dio liberatore che ha liberato il popolo eletto dalla schiavitù e lo ha condotto nella Terra Promessa. È quindi la festa della libertà. E anche per noi cristiani, la Pasqua è la festa della libertà perché Cristo ci ha liberato dalle catene del peccato e della morte. Non sempre le due feste coincidono anche se generalmente entrambe cadono nel periodo di primavera. In qualche modo questa coincidenza quest’anno ci dice che dobbiamo riconoscere Dio come liberatore da tutti i nostri mali, che possiamo avere fiducia completa in Dio. Questo è il messaggio comune. Ed è un messaggio di liberazione per tutta l’umanità".

Vuole esprimere anche lei un augurio ai suoi amici ebrei?
"Io con gli amici ebrei, mi trovo in famiglia e quindi l’augurio è di approfondire l’amicizia tra noi e di rimanere fratelli".

(26 marzo 2013)