CRISTIANI IN EUROPA
Eurodiaconia: anglicani, protestanti e ortodossi per una società più giusta
“Investire nei servizi sociali, nonostante la crisi” è stato il titolo di un dibattito che si è svolto al Parlamento europeo il 19 marzo scorso, su iniziativa del parlamentare Jean Lambert (Verdi, Gran Bretagna) e co-organizzato da Eurodiaconia, un’organizzazione che raggruppa 39 associazioni di 22 Paesi, appartenenti alla tradizione anglicana, protestante e ortodossa. Obiettivo di Eurodiaconia è lavorare per la solidarietà, l’uguaglianza e la giustizia, sia sporcandosi le mani sul campo, sia con un’azione di lobby e di proposta politica. Nel corso del dibattito al Parlamento è stata presentata la pubblicazione “Raccomandazioni politiche per i servizi sociali in tempi di crisi”, una ricerca che mira a dimostrare come “sia i servizi sociali preventivi sia quelli di cura abbiano una positiva ricaduta economica, poiché migliorano la qualità di vita delle persone a rischio di esclusione sociale”. Sir Europa presenta una sintesi del documento (disponibile su www.eurodiaconia.org).
I termini della questione. Il ruolo ultimo dei servizi sociali è di “aiutare le persone a integrarsi o reintegrarsi nella società, ad avere accesso o a non perdere un’occupazione, offrono una possibilità per uscire dalla povertà e dall’esclusione. In definitiva aiutano le persone a sfruttare le proprie potenzialità”. Perché siano efficaci, tuttavia, occorre che “siano di qualità”. Rispondendo ai bisogni dei singoli, inoltre, raggiungono anche l’obiettivo di “far crescere la coesione sociale e rafforzare la comunità”. Per questo “le politiche e le spese sociali possono essere fattori produttivi oltre che un imperativo di protezione sociale”. Nella fattispecie “investire in servizi sociali di qualità e in particolare in quelli di prevenzione, riduce spesso la necessità di servizi di lunga durata e quindi le spese”. Sono le organizzazioni no-profit che spesso lavorano come “avvocati dei vulnerabili della società”, e quindi garantiscono “alle autorità pubbliche che finanziano il loro lavoro un valore aggiunto dal momento che qualsiasi profitto generato dal denaro pubblico viene reinvestito per l’interesse generale”. I loro fondamenti sono “sui valori”, piuttosto che in “interessi di breve periodo”; “coinvolgono i volontari, incoraggiando quindi la partecipazione civile e il senso di solidarietà”.
Suggerimenti politici. Sulla base dell’esperienza dei suoi membri, Eurodiaconia suggerisce perciò alla Commissione europea e agli stati membri due principali piste di impegno. Innanzitutto è necessario “adottare una visione di lungo periodo sul settore sociale e il benessere delle persone, investendo in servizi sociali accessibili e in un sistema di protezione sociale efficace”. Occorre quindi che si presti attenzione all’impatto sociale delle misure di austerità; che si inseriscano clausole in materia di protezione sociale nell’utilizzo dei soldi ricevuti dall’Ue o dal Fmi per arginare i debiti nazionali; che si semplifichino le procedure burocratiche per accedere ai servizi di protezione sociale; che si sviluppino dei misuratori del progresso sociale, accanto a quello dello sviluppo economico; che si favorisca l’occupazione, la formazione e condizioni di lavoro adeguate nei settori di cura e assistenza sociale. In secondo luogo, si chiede alla Commissione che “riconosca e appoggi politicamente ed economicamente il ruolo dei servizi sociali no-profit”, attraverso studi sul “valore aggiunto di queste organizzazioni”; che “richiami gli stati membri a passare da un approccio curativo dei sintomi dell’esclusione, verso misure preventive per migliorare la qualità di vita e ridurre il peso dei disagi, fragilità e disabilità cronici”.
La situazione. Secondo lo studio di Eurodiaconia, è andata crescendo dal 2009 ad oggi la richiesta di servizi in materia di “consulenze al debito, sostegno per emergenze fiscali, servizi per l’impiego e di distribuzione del cibo”, mentre sul piano politico si è registrata una diminuzione del sostegno pubblico in questi ambiti. Le associazioni no-profit sono parzialmente riuscite ad affrontare la situazione attraverso un grosso sforzo di “riorganizzazione e razionalizzazione”. Di recente hanno però dovuto diminuire lo spettro di servizi offerti. Le categorie considerate più fragili oggi sono i migranti, i disabili, gli anziani e i giovani disoccupati. Mentre resta la domanda di fondo su chi, in definitiva “abbia la responsabilità di prendersi cura”, a cinque anni dall’inizio della crisi, la preoccupazione della politica sembra essere sempre più insistentemente “come possiamo ridurre il debito pubblico più in fretta possibile, anziché come possiamo diventare una società più giusta?”.