UNIONE EUROPEA
Claus Arnold, teologo e storico tedesco, analizza l’impasse comunitario
Il processo di integrazione è un modello tuttora valido, benché messo a dura prova dalla recessione e dalle sue ricadute. Ma occorre tornare ai valori originari e alla costruzione del bene comune. Nel frattempo vanno tenuti d’occhio il populismo crescente e gli egoismi nazionali. Auspicando, non da ultimo, un nuovo protagonismo dei cattolici. È quanto spiega a Sir Europa Claus Arnold, teologo, storico, docente alla facoltà di Teologia cattolica presso la Goethe Universität di Francoforte sul Meno.
Professore, da almeno cinque anni l’Europa sta lottando per arginare gli esiti della crisi economica. Secondo lei, il processo di integrazione riuscirà a superare questo momento? La storia comunitaria ha qualcosa da insegnare?
“L’Unione europea e i suoi predecessori [Ceca, 1951; Cee, 1957; ndr.] hanno attraversato varie crisi nella loro storia, le quali sono state infine risolte con un compromesso. Il grande pericolo di oggi – mi sembra – è che stia finendo la buona volontà all’interno dell’Unione. In questo contesto, gli storici possono ricordare il grande successo complessivo dell’integrazione e ciò che essa ha portato in Europa negli ultimi decenni, a partire dalla pace e dalla prosperità. Ma questo non è sufficiente. Una rinnovata accettazione dell’Ue può essere raggiunta soltanto se essa è percepita dalla gente come una garanzia di giustizia sociale e di buon governo in Europa”.
Tra poco più di un anno i cittadini saranno chiamati a eleggere il nuovo Parlamento europeo. Non c’è il pericolo che, proprio a causa della crisi e della disaffezione che si avverte verso l’Ue, una grande maggioranza degli elettori non andrà a votare?
“È una possibilità da temere. E se crediamo al presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, questo è anche il risultato del ‘gioco delle accuse’ con cui i governi nazionali cercano di dare la colpa a Bruxelles delle misure impopolari da adottare per far fronte alla crisi, mentre rivendicano tutti i successi europei per se stessi”.
Le sue parole rimandano fra l’altro al caso-Cipro che turba in questi giorni i sonni degli europei… Ma a proposito di elezioni: da qualche anno si registrano successi crescenti di forze genericamente indicate come “populiste”. Quali le ragioni?
“Da un lato è il risultato della stessa crisi che colpisce le persone in modo diretto e le spinge a cercare soluzioni semplicistiche. Il fenomeno deve essere preso sul serio, se ricordiamo gli effetti politici della Grande depressione alla fine degli anni Venti. D’altra parte, vediamo una crisi pure all’interno dei partiti politici tradizionali, che molte persone considerano corrotti da avidità e carrierismo. È difficile, però, dire se il livello di moralità nei partiti stia davvero andando verso il fondo. Forse potrebbero fare qualcosa alcuni leader europei, fra cui quelli che si ispirano ai valori cristiani”.
Nel suo Paese le elezioni si avvicinano: i tedeschi saranno chiamati al voto a settembre. Il rischio-populismo si avverte anche in Germania?
“Abbiamo un elemento populista nell’ex Partito comunista ‘Die Linke’, che è stabile al 7% dei voti e trae profitto dalla difficile situazione economica di molte persone in Germania (anche se la nostra economia sta andando bene, il tedesco medio non è particolarmente ricco e la polarizzazione sociale è in crescita). Il movimento populista dei ‘Piraten’ (Pirati) si è rapidamente disilluso ed è attualmente al 2%”.
Se torniamo alle origini dell’Europa comunitaria, troviamo principi fondamentali che hanno fatto da cornice all’integrazione: la pace, la riconciliazione tra i popoli, la solidarietà, la costruzione di un benessere diffuso, la libertà. Questi valori sono ancora radicati nella pubblica opinione dei Paesi membri dell’Ue?
“Credo che, in fondo, le persone siano ancora coscienti di queste dimensioni fondamentali dell’integrazione europea e abbiano paura a rinunciarvi, anche nel Regno Unito, dove sembra che sia stato favorito un approccio molto pragmatico verso l’Unione. A livello superficiale, però, la percezione delle disfunzionalità economiche prevale e i sentimenti nazionalisti di sono ravvivati. Il fenomeno può essere combattuto per mezzo di politiche efficaci delle istituzioni Ue”.
Alcuni “padri” dell’Ue sono politici di formazione e fede cattolica. La Chiesa ha sostenuto la Comunità fin dalle sue origini. Ma oggi, quale contributo possono apportare i cristiani di diverse nazionalità al futuro dell’Unione europea?
“L’Europa non può funzionare come una semplice somma di interessi ed egoismi nazionali. Cristiani come Schuman, De Gasperi e Adenauer avevano un orientamento cristiano universalista e una sensibilità cattolica per il bene comune, il ‘bonum commune’, e noi dobbiamo trovare un senso nuovo del significato e delle implicazioni di questo bene comune per l’Europa”.