STORIE DI VITA NUOVA/2

Beati i cristiani di Gaza che…

”Per i cristiani della Striscia – afferma il parroco Jorge Hernandez, argentino come il Papa- risorgere ogni giorno vuol dire vivere secondo le Beatitudini”. Tra embargo, guerre e violenze verso la minoranza cristiana. E star lì, a distanza di un’ora di macchina dal Sepolcro, e non poterlo toccare

"Dio lo ha voluto, Dio sia benedetto!", potrebbe sembrare un modo di dire, magari legato alla sapienza e alla devozione dei più anziani, ma queste parole, nella Striscia di Gaza, assumono un valore tutto particolare. Specie se a ripeterle sono i cristiani della piccola comunità locale, 2000 fedeli, dei quali solo 200 cattolici, tutti della parrocchia latina della Sacra Famiglia guidata da padre Jorge Hernandez, sacerdote dell’Istituto del Verbo incarnato, "argentino come Papa Francesco" ci tiene a dire con orgoglio. Davanti alla durezza di una vita condotta in mezzo alle macerie di due guerre negli ultimi cinque anni, segnata da un embargo che dura dal 2001, sottoposta alle pressioni di un risorgente fondamentalismo islamico, queste hanno il significato di una Resurrezione, frutto di abbandono e di accettazione, non passiva, della volontà di Dio.

Pasqua con gli ortodossi. "Anche se non celebreremo la Pasqua nello stesso giorno – afferma il religioso – Domenica di Pasqua saremo in comunione spirituale con tutta la Chiesa e con Papa Francesco. Guarderemo al sepolcro vuoto e ci saluteremo con il più distintivo dei saluti cristiani, "Christos anesti", Cristo è risorto! "Alithos anesti", è veramente Risorto!". Quest’anno nella diocesi di Terra Santa, quindi anche nella Striscia, per decisione del Patriarcato Latino di Gerusalemme, i cattolici celebreranno la Pasqua il 5 maggio, con gli Ortodossi, quindi secondo il calendario giuliano, da loro seguito. "Un motivo di gioia nel cammino ecumenico – spiega – perché qui molte famiglie sono composte da cattolici ed ortodossi. Poter celebrare insieme è importante e segno di unità. Anche questo per noi è Resurrezione".

Rinascere dalle macerie. Solo un’ora di macchina separa la Striscia dal Santo Sepolcro di Gerusalemme, centro della Cristianità, tuttavia per i cristiani di Gaza è quasi del tutto impossibile andarvi a pregare. Le frontiere sono sigillate dall’esercito israeliano che non lascia passare nessuno per motivi di sicurezza. "Durante le festività natalizie e pasquali Israele è solito concedere dei permessi ai cristiani – dice il parroco – e siamo in attesa di sapere quanti tra i nostri fedeli saranno i fortunati ad andare. La maggior parte, però, sa già che resterà in questa grande prigione a cielo aperto che è la Striscia. Ma questo non ci impedisce di guardare tutti i giorni, con gli occhi della fede, a quel Sepolcro vuoto, forza motrice della nostra speranza". Vivere a Gaza, infatti, è un esercizio di fede e di speranza che "ci permette di risorgere di continuo come cristiani, come uomini e donne". E non può essere altrimenti visto l’embargo imposto da Israele già nel 2001 e rafforzato nel 2007, quando Hamas, che oggi controlla la Striscia, vinse le elezioni legislative del 2006. Le restrizioni toccano la popolazione nei suoi bisogni primari, dall’alimentazione, alla sanità, dalle scuole all’ambiente. Ma non è solo l’embargo a rendere dura la vita a Gaza: ci sono state anche due offensive israeliane, "Piombo Fuso" (27/12/2008-18/01/2009) e "Pilastro di Difesa" (14-21 novembre 2012), che ne hanno messo a ferro e fuoco il territorio. Ancora oggi si fa l’elenco dei danni e si cerca di rinascere dalle proprie macerie.

Risorgere a vita nuova. "Ma rinascere non basta, serve risorgere interiormente", è la convinzione del parroco. "Le conseguenze della guerra le vediamo intorno a noi, e sono macerie, distruzioni, e morte, le sentiamo dentro di noi, perdita di familiari, di affetti, malattie, insicurezza, dolore – continua padre Jorge – e questo è il nostro modo di associarci alle sofferenze di Cristo nella certezza di risorgere con lui al terzo giorno. Se non avessimo questa certezza saremmo morti da tempo, anche perché, per noi cristiani, qui a Gaza, è ancora più difficile vivere. Non bastano le guerre, le distruzioni e il blocco. Dobbiamo fare i conti con il fatto di essere minoranza. Per alcuni nella Striscia la parola ‘cristiano’ è diventata un’offesa. Sappiamo di dover soffrire anche per la nostra fede: insulti, sputi, schiaffi non sono così rari qui. Esercitare la pazienza, l’amore per il prossimo, tutti i giorni, dal più giovane al più anziano dei nostri fedeli, è per noi una resurrezione quotidiana da vivere con gioia". "Mi edifica – e qui la voce di padre Hernandez si incrina per l’emozione – vedere la perseveranza dei mei parrocchiani davanti a tutte le difficoltà, il loro testimoniare il Vangelo con gioia, con la vita, con i gesti e senza tante parole. Spesso li senti ripetere, ‘Dio lo ha voluto, Dio sia benedetto!’. Ascoltare queste parole ti rinnova dentro, ti fa rinascere nell’abbandono a Dio, che qui ha lasciato le sue orme. La vocazione dei cristiani di queste terre è quella di restare qui per esserne pietre vive". Pietre vive ma anche di "inciampo" per tanti islamici che, rivela padre Jorge, "si chiedono sempre più spesso perché noi siamo così uniti, così gioiosi, così pronti ad aiutare tutti senza distinzione. La risposta è nel Vangelo".

Con lo stile delle Beatitudini. "Per i cristiani della Striscia – afferma con forza il parroco – risorgere ogni giorno vuol dire vivere secondo le Beatitudini, dove è scritto, tra l’altro: "beati gli afflitti, perché saranno consolati; beati i miti, perché erediteranno la terra, beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati; beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio; beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli; beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Ciò che leggiamo nelle Beatitudini lo viviamo tutti i giorni sulla nostra pelle, e non ce la potremmo fare se non ci fosse quel Sepolcro vuoto…". Già, quel Sepolcro vuoto che dista solo un’ora di macchina e che non possono toccare: "Christos anesti" (Cristo è risorto), saluta padre Hernandez, invitando alla risposta il cronista, "Alithos anesti", è veramente risorto!