BOOM DI LICENZIAMENTI
Le cifre dell’Istat sono spaventose: nel 2012 un milione di italiani ha perso l’occupazione. Vanno ad assommarsi a chi era già disoccupato. E poi ci sono un milione e 800mila cassintegrati. Forse allo sblocco dei pagamenti pubblici occorre affiancare una rivisitazione della legge “Fornero” per rendere più flessibili i contratti. Altro che articolo 18…
Ogni giorno che passa in terra italiana, domeniche comprese, brucia più di tremila posti di lavoro: come se ogni settimana una multinazionale chiudesse i battenti, lasciando a casa il personale o non rinnovando contratti e rapporti di lavoro parasubordinati. È questa la dimensione dell’ecatombe che sta attraversando il sistema-Italia, nel momento più buio della crisi che ci attanaglia da più di cinque anni.
Le cifre fornite dall’Istat sono spaventose, ma non hanno sorpreso nessuno. Nel corso del 2012, un milione di italiani ha perso la propria occupazione. Vanno ad assommarsi a chi era già disoccupato, e anticipano (ma speriamo di no) quel milione 800mila persone che "godono" della cassa integrazione: molto spesso l’anticamera del licenziamento. Quindi non c’è molto da sperare di buono sul fronte dei numeri, nemmeno per i prossimi mesi.
Qualcosa di buono c’è invece da ipotizzare grazie al recentissimo decreto dell’estenuato governo Monti, che ha sbloccato una quarantina di miliardi di euro di pagamenti che la Pubblica amministrazione nelle sue varie frange (Comuni, Regioni, Ministeri, Sanità, …) deve a una miriade di creditori da molti mesi, se non di più. Un provvedimento atteso come puro ossigeno per un tessuto industriale che ha nel lato finanziario il suo punto debole: nessuno paga più nessuno. Le banche hanno stretto all’inverosimile i cordoni del credito, e faticano ad anticipare l’incasso delle fatture pure ai grandi gruppi, figuriamoci a commercianti, artigiani, piccole imprese.
A loro volta i "grandi" ritardano i pagamenti ai loro fornitori (usandoli come improprie banche): questi ultimi sono letteralmente strozzati dalle porte chiuse delle banche e dalle fatture non pagate dei clienti. Le chiusure aziendali hanno bruciato qualcosa come 127mila posti di lavoro nel 2012 (e la situazione non era così drammatica come in questo primo scorcio di 2013).
Ecco quindi che quei soldi dello Stato potrebbero far ripartire un’economia quasi grippata, se effettivamente arriveranno. Perché tra il dire in decreto, e il fare nei successivi regolamenti, in Italia capita spesso che il tutto s’impantani nella nostra macchinosa burocrazia, o spunti fuori all’ultimo secondo una norma che faccia slittare di un anno il sacrosanto diritto di compensare i crediti con i versamenti che – quelli sì puntualmente – dobbiamo fare allo Stato.
Così è stato, e speriamo che non arrivino altre "sorprese" nel frattempo. E ha fatto benissimo il governo Monti ad attuare questo provvedimento, anche se verrà scaricato sul nostro debito pubblico: soldi in cassa non ce n’erano, verranno emessi titoli di Stato e sarà compito del prossimo governo, della politica insomma, decidersi una buona volta sulle cose da fare per scalare la montagna del debito pubblico italiano. Prima o poi la ricreazione deve finire.
Ma i dati dell’Istat sull’occupazione fanno emergere altri interrogativi. Ad esempio sulle riforme cosiddette "Fornero" sul lavoro e la previdenza. Riforme adottate in un batter d’occhio a causa della pressione dei mercati nel 2011, che alla prova dei fatti stanno mostrando i loro limiti. Il forte e repentino innalzamento dell’età pensionabile avrà pure salvato i nostri conti pubblici, ma ha certamente creato molti guai alla società italiana: dal fenomeno degli esodati a quello dei giovani che non possono usufruire del turn over lavorativo.
Anche la riforma del lavoro, con modifiche al regime di licenziabilità e un drastico cambiamento delle regole per i cosiddetti lavoratori atipici, sta avendo strascichi non del tutto positivi. Il tentativo di eliminare la precarietà e lo sfruttamento rischia sempre di confliggere con l’esigenza di flessibilità che le economie moderne hanno. Se l’equilibrio non viene raggiunto, a farne le spese alla fine è l’occupazione.
Molto meno impattanti sono state le norme sui licenziamenti individuali (ricordate il famoso art. 18 dello Statuti dei lavoratori?), messi in ombra da quelli collettivi e dalle chiusure aziendali. Un tabu ideologico che ha fatto discutere la politica italiana per un decennio, spazzato via anch’esso dalla crisi. Questa sì che è riuscita a distruggere posti di lavoro con grande abbondanza, lasciando stremati gli imprenditori e attoniti i sindacati che sembrano incapaci di far sentire la loro voce e di proporre ricette di rilancio economico. Senza il quale, la contabilità del lavoro rischia di essere sempre più triste.