GUARDARE DALLA PERIFERIA/ROMA 4

Qui la povertà incrocia l’illegalità

Ma il parroco di San Basilio, don Stefano Sparapani, non si arrende e con la sua comunità risponde al disagio con la generosità di “tanta gente onesta” che tesse la trama del tessuto sociale. Un quartiere amato dai Pontefici: il 31 marzo di 50 anni fa la visita di Giovanni XIII e l’11 marzo 1979 quella di Giovanni Paolo II. Ora attende Francesco, il Papa delle periferie. Parla Maria, una parrocchiana: “Più che il vescovo di Roma mi sembra il parroco della città intera”

"Qui abbiamo un’umanità ferita, piegata che cerca il riscatto sociale anche con soldi illegali. Basta guardare ai capannelli di spacciatori che in mano hanno mazzette di denaro da fare invidia allo sportello di una banca. Ma ci sono anche persone oneste che, purtroppo, camminano a testa bassa nel quartiere non avendo, per tante ragioni, orizzonti ampi da scrutare. Dietro ognuno di loro c’è una povertà e una fragilità mostruose. Papa Francesco ci sta indicando come stare con questi poveri: piegarsi e camminare con loro": il quartiere san Basilio nelle parole di don Stefano Sparapani, parroco della chiesa omonima, in piazza Recanati, al centro di una periferia storica di Roma, tra le più turbolente con le violente manifestazioni per la casa della metà degli anni Settanta, le occupazioni abusive, lo spaccio di droga che continua ancora oggi. Arrivando tra i palazzi popolari di questa zona, nata come borgata sotto il Fascismo e ricompresa tra la via Nomentana e la via Tiburtina, si avverte il logorio del tempo sulle facciate degli edifici, con i muri screpolati dagli anni e il poco verde dei giardini.

"Er Papa ce serve a Roma". Giusto davanti alla parrocchia troneggia la statua di Giovanni XXIII, il "Papa buono", a ricordo della sua visita di 50 anni fa. Sui gradini del sagrato un’anziana signora tenta la fortuna con un mazzetto di "Gratta e vinci", mentre a pochi metri un’altra, di etnia rom, chiede l’elemosina. Alcuni pensionati leggono il giornale e commentano le notizie di questi giorni, l’elezione di Papa Francesco e la crisi politica. "Ce vorebbe uno come er Papa de adesso pe risolve sta crisi", dice Mario C. agitando il giornale. Non è molto d’accordo il suo vicino di panchina, Umberto G., "lassamolo sta er Papa! Me piacerebbe se venisse qui in mezzo a noi. È ‘na periferia pure questa!". Nemmeno sceso dal bus il cronista è già coinvolto in una discussione tra amici: "Se cerchi don Stefano sona er campanello della casa parrocchiale". Anche questo è san Basilio, più che un quartiere, un paese.

Come un paese. Don Sparapani guida la chiesa di san Basilio dal 1° settembre 2010, "un gregge" di circa 25mila anime, ed è coadiuvato da due viceparroci, don Leonardo Emmi e don Ricardo Reyes Castillo, e da un sacerdote collaboratore, proveniente dal Camerun, don Joseph Ebozo’o Ebozo’o. "Il quartiere è come un paese – conferma – qui si conoscono quasi tutti. Dopo nemmeno una settimana che eravamo arrivati ci chiamavano per nome. Il legame con la parrocchia è forte ma risente dei tanti problemi". "Il peccato originale di san Basilio è la casa – spiega il parroco -. Qui il 98% delle case appartengono all’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale (Ater) di Roma, l’ex Istituto autonomo per le case popolari (Iacp). Un fatto questo che blocca il mercato immobiliare, costringendo molte giovani coppie e famiglie a cercare casa al di fuori del quartiere che così invecchia progressivamente". Triste è il fenomeno dell’occupazione delle case, problema storico di san Basilio, che, denuncia il sacerdote, "è una fonte d’illegalità con abitazioni che passano di mano tra parenti, laddove non vengono di fatto occupate, grazie anche all’atteggiamento tollerante dell’Ater del Comune di Roma". Quest’ultima, secondo don Stefano, "dovrebbe cedere per cifre simboliche le case in modo tale che i proprietari ne diventino responsabili e il quartiere si apra all’esterno. Un sistema difficile da estirpare che richiede scelte coraggiose alla politica, che invece manca di coraggio". L’assenza di appartamenti disponibili spinge lontano non solo le giovani coppie ma anche "gli immigrati che sono pochissimi nel quartiere". Ma i problemi di san Basilio non si fermano solo alla casa. Il quartiere, ricorda il parroco, "resta uno dei centri più noti per lo spaccio di droga nella capitale. Un modo facile di fare soldi soprattutto ora che la crisi si fa sentire con la disoccupazione e la relativa povertà. Molte aziende lungo la vicina via Tiburtina, un tempo importante bacino di occupazione, sono in difficoltà e stanno chiudendo lasciando a casa i lavoratori, molti dei quali sono proprio della zona".

Generosità che cresce. "Aumentano i problemi, ma aumenta anche la generosità – afferma convinto don Sparapani – è il modo di rispondere della comunità ecclesiale. Nonostante tutto, il tessuto sociale ancora tiene perché fatto anche di gente onesta, generosa, di tanti nuclei familiari i cui legami hanno valore e sono forti, dove esiste la rettitudine morale". Cresce il volontariato grazie alle sezioni della Croce Rossa italiana e della Protezione civile. A livello ecclesiale rilevante è la presenza degli scout dell’Agesci, con il gruppo Roma 76, vi sono gruppi di preghiera carismatica e l’oratorio. "Grazie alla società san Vincenzo abbiamo costruito e inaugurato nel settembre scorso, un campo sportivo che ha dato impulso alla presenza di adolescenti e dei loro genitori. Un progetto ambizioso che vogliamo portare avanti", annuncia don Sparapani. Fenomeni di generosità che fanno ben sperare per il futuro del quartiere che ha accolto "con calore" l’elezione di Papa Francesco. Per Maria C., a spasso con il nipotino, "è il Pontefice che ci voleva. Più che il vescovo di Roma mi sembra il parroco della città intera, mi piacciono i suoi gesti, le parole che dice con semplicità arrivano al cuore di tutti. Spero che i giovani lo seguano", dice guardando al piccolo che tiene per mano. "Un uomo che viene dalle periferie e, per questo, le conosce bene – aggiunge don Stefano -. Ha conosciuto la povertà, la dittatura, la morte per fame. Saprà darci le giuste indicazioni per annunciare la Parola ai nostri fedeli".

La sfida del Vangelo. "Annunciare il Vangelo in periferia è sempre una sfida – ammette il parroco – e io sto imparando molto dai miei parrocchiani e dalla gente del quartiere. Innanzitutto a essere concreto per far scendere il messaggio evangelico nella vita, nel quotidiano, per infondere speranza specialmente a chi ne ha più bisogno". Un’altra sfida è la coerenza tra ciò che si vive e si professa. "Qui, forse più che altrove, annunciare il Vangelo richiede coerenza di vita. Spesso Dio è colui al quale si deve chiedere qualcosa, che sia un lavoro o una risposta a un bisogno concreto; lo sforzo è quello di aiutare la gente a capire che il Vangelo è un percorso di liberazione e di crescita umana e spirituale che porta a un allargamento di orizzonti e di prospettive di vita. La strada da percorrere è lunga, e siamo ancora troppo legati al pane della terra o alle allettanti proposte del mondo… Non dobbiamo accontentarci di custodire il gregge, le 99 pecorelle, ma, come si legge nel Vangelo, occorre andare verso i più lontani, che hanno bisogno di aiuto e di consolazione. Verso le periferie… Papa Francesco ce lo ha ricordato sempre in questi primi giorni del suo pontificato". Già, verso le periferie: uscendo dalla chiesa la donna del "Gratta e Vinci" non c’è più, sul muro restano solo le schede grattate e l’illusione di una vita diversa. A don Stefano e alla sua comunità il compito di uscire e andare a trovarla…