RISCHIO VENEZUELA
Le elezioni restituiscono due certezze: il Paese spaccato a metà e la persistenza di un regime debolmente democratico così come lo voleva Chavez. Ora Maduro dovrebbe cercare il dialogo con l’opposizione, invece potrebbe assecondare la sua speciale interlocuzione con Cuba
A poco più di un mese dalla morte di Hugo Chavez, il Venezuela è tornato alle urne per scegliere il nuovo Presidente e le elezioni hanno avuto un esito inaspettato, sia per molti osservatori che per gli stessi protagonisti politici. Il presidente reggente Maduro, già Ministro degli Esteri e delfino di Chavez, ha infatti ottenuto la maggioranza dei voti, ma con meno di 235.000 schede di vantaggio rispetto al candidato dell’opposizione anti-chavista Capriles. Dunque, Maduro non può dire di aver vinto le elezioni venezuelane più di quanto Pierluigi Bersani può dire di aver vinto le ultime elezioni politiche italiane. Inevitabilmente, e analogamente a quanto sostenuto dal Pdl in Italia, Capriles fa notare che quella di Maduro è in realtà una sconfitta, risultato di un tracollo rispetto al consenso di cui il partito che fu di Chavez godeva in tutti i sondaggi all’inizio della campagna elettorale.
Al netto di eventuali brogli e possibili errori, su cui non è possibile al momento pronunciarsi, ma che potrebbero risultare determinanti davanti ad uno scarto così esiguo, resta il fatto che il consenso di cui godeva Chavez era molto più legato alla sua personalità, e dunque anche più in linea con la tradizione del caudillismo sudamericano, di quanto non ci si aspettasse. Già nelle ultime elezioni tenutesi con Chavez malato alla fine dello scorso anno, Capriles aveva dimostrato di saper coagulare un’opposizione tutt’altro che omogenea, ma la scomparsa del popolare leader avrebbe anche potuto portare ad un rinnovato sostegno emozionale verso colui che si proponeva di continuarne fedelmente l’opera. Così non è stato e sia i venezuelani che la comunità internazionale scoprono due fatti fondamentali. Primo, il Venezuela è un Paese spaccato a metà. Secondo, aver mantenuto delle elezioni ragionevolmente libere segna una differenza importante fra il regime debolmente democratico creato da Chavez e il vero e proprio autoritarismo.
I venezuelani avevano ancora uno strumento chiaro per manifestare le proprie opinioni, seppure non del tutto al riparo da condizionamenti, e lo hanno utilizzato efficacemente. Dopo quattordici anni di regime, il sogno di Chavez inizia a mostrare i suoi limiti anche per parte di quell’opinione pubblica che lo aveva sostenuto in passato. La violenza nelle maggiori città è un problema drammatico e pervasivo, l’inflazione galoppa al 30 percento, la disoccupazione continua a salire e il sistema economico è in crisi, anche a causa della fuga di investimenti stranieri verificatasi negli ultimi anni. Di fronte a questa situazione, la personalità di Maduro, non comparabile con quella di Chavez, non è sembrata evidentemente una garanzia sufficiente a molti venezuelani. D’altronde, con il prezzo del greggio in ribasso rispetto ai prezzi stellari di qualche anno fa, non è più possibile garantire ancora a lungo e in modo credibile politiche distributive basate sulle rendite petrolifere, soluzione utilizzata ripetutamente da Chavez per tappare le falle di un sistema economico squilibrato. Lo stesso sfruttamento delle risorse petrolifere non è stato efficiente, così che la produzione negli ultimi anni si è ridotta, nonostante i giacimenti mantengano un grande potenziale. La classe politica chavista, protagonista di una sempre più stretta interpenetrazione fra partito e amministrazione statale, non appare certo la migliore carta su cui puntare per cambiare le cose, e buona parte della popolazione pare essersene accorta, oltre a coloro che ne hanno sempre denunciato la forte limitazione del dissenso.
Dunque, cosa farà adesso Maduro? Di fronte ad un Paese spaccato e ad una situazione economica e sociale difficile, la saggezza politica consiglierebbe di iniziare un dialogo e una condivisione con l’opposizione, cercare di far uscire il Paese dall’isolamento sul piano internazionale e riallacciare rapporti meno conflittuali con gli Stati Uniti. Il sistema politico venezuelano non è però abituato a questo tipo di operazioni, sia a causa del disegno istituzionale presidenzialista, sia per la cultura politica da cui proviene Maduro. Il delfino di Chavez è stato infatti negli ultimi anni l’interlocutore privilegiato di Cuba nell’establishment venezuelano e ha vinto le elezioni su una linea ben diversa. L’auspicio è che non cerchi di consolidare il proprio potere avvicinandosi ulteriormente al modello cubano.