CARITAS DIOCESANE

“Votare con il portafoglio”

È quanto devono imparare a fare i cittadini consapevoli. Lo sostiene l’economista Leonardo Becchetti che invita il mondo della carità a “non limitarsi a curare le ferite dei vinti”. Occorre organizzare i consumatori per poter pesare sull’economia reale

In questo tempo di crisi e di crescita delle povertà, chi lavora nell’ambito della solidarietà, come la Caritas, "non può limitarsi a curare le ferite dei vinti" ma deve "fornire soluzioni e dare speranze concrete". Rendersi cioè conto che "l’economia siamo noi", e usare "il nostro potere in senso positivo e costruttivo". È il parere di Leonardo Becchetti, docente di economia all’Università di Tor Vergata a Roma, che ha parlato oggi pomeriggio ai 600 delegati di 220 Caritas diocesane riunite fino al 18 aprile a Montesilvano (Pescara) per il 36° convegno nazionale. Lo abbiamo intervistato.

La crisi non finisce e i centri d’ascolto Caritas sono sempre più affollati di famiglie italiane in difficoltà. Cosa fare?
"Chi lavora in Caritas tende a curare le ferite di chi ha difficoltà a causa della crisi. Ma non possiamo limitarci a questo, perché porterebbe alla depressione e al pessimismo. Bisogna cercare di analizzare in maniera rigorosa il problema e fornire soluzioni. Perché il nostro compito è dare speranza concreta. Le vie di risposta sono a tre livelli. Posso spiegare con una metafora: in questo momento è come se fossimo su un palazzo a tre piani: in alto la crisi finanziaria a livello mondiale; poi l’Europa; quindi l’Italia. Dal livello mondiale c’è stata una perdita che ha allagato tutti i piani inferiori. È inutile che litighiamo su chi passa lo straccio al piano terra. Dobbiamo andare a riparare quel guasto".

In che modo?
"Serve un lavoro per ‘popolarizzare’ la finanza, unito a campagne per la riforma della finanza. ‘Popolarizzare’ la finanza significa aiutare la gente a parlare di cose che capisce. Quello che conta, da un punto di vista economico, non sono tanto i costi della politica quanto il fatto che una crisi finanziaria molto grave ha prodotto danni enormi a livello mondiale e nazionale. Bisogna rendere popolari questi temi. La gente deve capire, ad esempio, perché è importante separare le banche commerciali dalle banche d’affari, ecc. Poi abbiamo bisogno di un’Europa più coraggiosa, più solidale, che abbandoni l’ossessione del rigore (che non fa ripartire l’economia). E di molta più azione dal basso. I cittadini devono diventare protagonisti dell’economia attraverso il cosiddetto ‘voto con il portafoglio’, perché la democrazia non è solo voto politico ma voto economico. Dobbiamo renderci conto che l’economia siamo noi. Abbiamo un potere enorme e dobbiamo usarlo in senso positivo e costruttivo. Dobbiamo votare per le aziende che sono all’avanguardia nel creare valore economico sostenibile a livello ambientale e sociale. E aumentare la consapevolezza dei cittadini".

Alcuni esempi?
"Ad esempio, abbiamo avviato un’iniziativa che si chiama ‘Next’. E’ un sito web a cui aderiscono associazioni e sindacati, una sorta di piazza virtuale dove cittadini e aziende s’incontrano per parlare di responsabilità sociale. Le aziende propongono le loro idee e i cittadini commentano. Oppure si possono organizzare dei ‘flash mob’, per far vedere all’opinione pubblica la forza che abbiamo. Ne faremo uno a fine maggio. Perché è molto più utile portare le persone davanti a un negozio e farle votare con il portafoglio piuttosto che restare in una piazza. Dobbiamo trasformare questa voglia di cambiamento e protesta in una forza positiva che premia le aziende migliori. Ci sono agenzie di rating etico nel settore bancario o campagne come quella di Oxfam, che danno pagelle alle grandi aziende alimentari. Questo ha prodotto immediatamente degli effetti: dopo una settimana alcune multinazionali hanno dichiarato di aver concluso un accordo per la difesa dei diritti. Il meccanismo da mettere in azione è la partecipazione democratica e d’interazione. Queste proposte possono dare speranza, altrimenti finiamo per relegarci in un ruolo marginale, ossia quello di curare le ferite dei vinti".

Perché l’Europa del Sud è la principale vittima della crisi?
"La crisi è solo nell’Europa del Sud per motivi molto precisi: siamo vittime di una crisi finanziaria dei Paesi ricchi. Altri Paesi ricchi l’hanno risolta con politiche economiche audaci che l’Europa non ha avuto il coraggio di porre in atto. L’analisi delle cause è molto chiara: errori della politica europea e crisi finanziaria. Per cui è chiaro anche ciò che dobbiamo fare. Il problema è la lentezza con cui ci muoviamo. Se l’Europa voleva sostenere i partiti europeisti doveva pensare a sbloccare i crediti prima delle elezioni, non dopo. Questo ripensamento – con 50 miliardi di euro in più da utilizzare per sviluppare il Paese – sarebbe stato molto più efficace".

Intanto la situazione politica italiana certo non aiuta a uscire dalla crisi…
"Non c’è bisogno di grandi elaborazioni o scoperte per capire ciò che l’Italia deve migliorare: i ritardi della pubblica amministrazione, la lentezza della giustizia, il digital divide, l’istruzione… Le forze politiche devono evitare di cincischiare nei loro tatticismi a fini elettorali e assumersi la responsabilità di governare. Che vuol dire rischiare di sbagliare. Questa è la cosa grave del momento: non c’è il desiderio di sporcarsi le mani perché si ha paura di governare. L’iniziativa del presidente della Repubblica di mettere in azione i saggi è stata molto intelligente. Dimostra che esistono proposte ragionevoli e condivise. Se le cose da fare si sanno perché i partiti non formano delle coalizioni e non governano? Questo è il punto".

C’è una vera consapevolezza che le politiche del rigore hanno peggiorato la situazione?
"Sì, la consapevolezza è cresciuta ed è trasversale ai partiti. Certo, il problema è rimuovere il vincolo che sta in Europa. Dobbiamo convincere i partner europei. L’euro comporta tutta una serie di benefici. Ma se l’Europa continua a fare questa politica il rischio è che l’euro collassi. Che è diverso dal dire: ‘Usciamo dall’euro’. L’Italia è sempre stata un Paese molto europeista. Non credo ci sarà mai una maggioranza contro l’euro. Ma non bisogna arrivare all’inevitabile. Anche i tedeschi hanno un partito anti-euro che è al 25%. Serve una politica economica europea che dia vantaggi a tutti i Paesi membri".

* inviata Sir a Montesilvano (Pescara)