VISITA AD LIMINA
Il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, ha guidato i vescovi del Triveneto all’incontro con Papa Francesco. La sua testimonianza: “Incoraggiati a camminare quotidianamente con la gente del nostro tempo, a stare accanto alla gente, ma guardandosi da ogni possibile deriva sociologista e psicologista”
"Un uomo che ascolta molto, parla dopo avere ascoltato, ma poco: è soprattutto desideroso di ascoltare e recepire": a tracciare al Sir questo profilo di Papa Francesco è monsignor Francesco Moraglia, patriarca di Venezia e presidente della Conferenza episcopale Triveneto (Cet), in questi giorni a Roma con i vescovi della Regione ecclesiastica (15 in totale) per la "visita ad limina". Mons. Moraglia ha accompagnato il 15 aprile il primo gruppo di presuli in udienza dal Pontefice; ieri mattina ha partecipato all’udienza generale in piazza San Pietro, e nel pomeriggio ha presieduto una concelebrazione eucaristica nella basilica di san Paolo fuori le Mura. Questa mattina ha celebrato la messa all’altare della tomba di san Pietro; successivamente il Papa ha ricevuto in udienza il secondo gruppo di vescovi.
Nel cuore dell’Anno della fede, a un anno esatto dalla conclusione del convegno delle Chiese del Nordest ("Aquileia2", 13-15 aprile 2012) e a poco più di un mese dall’elezione di Papa Francesco, con quale stato d’animo vi siete recati dal Pontefice?
"La coincidenza di questi avvenimenti – che in qualche modo ci richiamano all’autenticità della fede e chiedono ai pastori di ricentrarsi con le proprie comunità in una fede realmente evangelica – appare quasi provvidenziale. Anche l’elezione del Papa, preceduta dall’atto di umiltà e libertà di Benedetto XVI, è secondo me l’inizio di una riforma non dichiarata ma proposta con un gesto concreto. Il nome assunto dal nuovo Pontefice dice chiaramente una realtà ecclesiale che vuole avvicinarsi di più al Vangelo. Da parte sua, ‘Aquileia2’ aveva sottolineato l’importanza di privilegiare il dialogo e l’evangelizzazione delle culture, e l’attenzione per il bene comune. Mi sembra che tutte queste siano esplicitazioni dell’Anno della fede, che interpella le nostre Chiese del Nordest a realizzare il progetto ecclesiale emerso dall’appuntamento del 2012 – nato a sua volta anche dal vissuto dei vent’anni che lo separano dall’incontro precedente (‘Aquileia 1’) – alla luce dell’insegnamento del Papa".
Che cosa vi ha detto, in particolare, il Pontefice? Quali le indicazioni più significative?
"Il primo messaggio ‘forte’ è stato l’incoraggiamento a camminare quotidianamente con la gente del nostro tempo, stare accanto alla gente, ma guardandosi da ogni possibile deriva sociologista e psicologista. Ci ha detto: ‘Ricordatevi una cosa: nella vita ecclesiale esiste una dimensione psicologica e sociologica, ma esse non debbono mai trasformarsi in deriva dalla quale guardare la realtà o le persone. Il discepolo del Signore deve sempre avere, anzitutto, lo sguardo del credente’. Con grande disponibilità e cordialità ha condiviso con noi la sua esperienza di pastore che fino a poche settimane fa ha retto una realtà ecclesiale come Buenos Aires, importante ma anche difficile nella sua richiesta d’incontrare l’uomo in situazioni di povertà per noi inimmaginabili – la nostra povertà è la loro abbondanza. Questo ci è stato di grande aiuto".
Che volto di Chiesa avete presentato al Pontefice, e quali specifici aspetti avete sottoposto alla sua attenzione?
"Pur nella diversità delle singole situazioni diocesane, un minimo comune denominatore è ravvisabile nella secolarizzazione diffusa, nella difficoltà delle famiglie a vivere una realtà serena dal punto di vista economico, nella rarefazione e fragilità dei legami matrimoniali a causa di una cultura individualista e spiccatamente autoreferenziale. Un contesto in cui la persona riesce difficilmente a cogliersi nella relazione fondamentale uomo-donna. Ciò che abbiamo soprattutto rilevato è la difficoltà a vivere la fede nella quotidianità e a trasmetterla alle giovani generazioni".
Qual è la risorsa ecclesiale più significativa del vostro territorio?
"Le comunità parrocchiali che, nonostante tutto, riescono ancora a essere cellule vive nel quartiere e in mezzo alla gente: questa la grande ricchezza della nostra Chiesa che abbiamo voluto rappresentare al Papa. Il Pontefice ha sottolineato come la nostra proposta di fede, che si traduce anche in dottrina sociale, debba rimanere essenzialmente annuncio, differenziandosi nettamente da una ‘gestione imprenditoriale’, e ci ha esortato, pur nel pieno rispetto della laicità, all’annuncio coraggioso e coerente di una fede che riguarda tutto l’uomo e che, in quanto tale, è in grado di generare un’autentica comunità".
Che cosa l’ha personalmente colpito in Papa Francesco?
"È un uomo che ascolta molto, parla dopo avere ascoltato, ma poco: è soprattutto desideroso di ascoltare e recepire. Ho avuto la grande gioia di essere stato invitato da lui a pranzo e, pur essendo consapevole di essere di fronte a un convitato particolarissimo, ho avuto l’impressione di essere a tavola con una persona di famiglia. Il Papa non s’impone nella conversazione: parla, ascolta, risponde, chiede di nuovo con grande attenzione per l’interlocutore. Alla sua straordinaria carica di umanità si accompagna una forte personalità radicata nella preghiera. E della preghiera ha parlato con tutti quelli che ha incontrato, me compreso. Anche al mio segretario ha chiesto di pregare per lui. Fin dalla sua apparizione, lo scorso 13 marzo, ci ha del resto chiamati a questa dimensione teologica della vita cristiana. Secondo me, oltre alla sua straordinaria capacità di stare in mezzo alla gente, è un uomo che trascorre molte ore di fronte a Dio".