CONVEGNO CARITAS DIOCESANE
Pierre-Andrè Dumas, vescovo di Anse-à-Veau-Miragoane e presidente di Caritas Haiti, illustra i cardini della “pastorale di prossimità”. “Mettiamo meno l’accento sulle strutture e la burocrazia e più sull’accompagnamento personalizzato, l’ascolto, l’empatia, la vicinanza alla gente. Tutto ciò ci permette di ridurre le distanze tra la Chiesa-istituzione e la gente”. E ancora: “Capisco cosa sta facendo il Papa… è un restauro della Chiesa… semplificando ciò che va semplificato”
"Una Chiesa povera e per i poveri nel mondo": è il tema su cui si sono confrontati i partecipanti alla tavola rotonda nell’ambito del 36° convegno nazionale delle Caritas diocesane, in corso dal 15 al 18 aprile a Montesilvano (Pe). Tra gli interlocutori, monsignor Pierre-Andrè Dumas, vescovo di Anse-à-Veau-Miragoane e presidente di Caritas Haiti. Dumas, che si è trovato a fronteggiare la drammatica emergenza del terremoto che nel 2010 ha provocato 223mila vittime (ci sono ancora 300mila persone che vivono nelle tende), è vescovo di una diocesi creata quattro anni fa. La sua casa episcopale è ancora in costruzione, ma ha già impostato nella sua comunità la "pastorale di prossimità" diffusa in tutta l’America Latina.
Cosa caratterizza la "pastorale di prossimità"?
"Mettiamo meno l’accento sulle strutture e la burocrazia e più sull’accompagnamento personalizzato, l’ascolto, l’empatia, la vicinanza alla gente. Tutto ciò ci permette di ridurre le distanze tra la Chiesa-istituzione e la gente. Andiamo dove vive la gente, visitando le persone lontane, con un’attenzione particolare per i poveri, i carcerati, i malati, le donne sole, gli anziani, i bambini abbandonati. Significa far cadere le barriere, lasciare le sacrestie per incontrare la gente nella loro vera umanità, crescendo anche noi nell’incontro".
In pratica cosa è cambiato nella sua diocesi?
"In quattro anni abbiamo moltiplicato il numero delle parrocchie da 13 a 27. Ma senza aggiungere strutture in più, perché in molti casi non è stata nemmeno costruita una canonica. C’è solo un prete che va in mezzo alla gente. È aumentato il numero di comunità di missione: piccoli gruppi di cristiani che si riuniscono in un quartiere, con una forte idea di missione, per non ripiegarsi su sé stessi ma essere aperti al mondo. Cerchiamo anche di portare i sacramenti a chi pensa di non averne bisogno. A livello di pastorale sociale si mette più l’accento sulla Caritas parrocchiale, lavorando sul protagonismo, per dare coscienza a tutti i cristiani che non bisogna delegare la carità ma viverla all’interno della comunità per irradiarla fuori".
Ci sono molti punti di incontro con l’approccio di Papa Francesco…
"Penso tutto il continente sia stato toccato da questo approccio. La Chiesa in America Latina, con l’incontro di Aparecida, ha avuto il vantaggio di riflettere insieme. Io non sapevo che questo metodo era simile a quello del Papa. Per cui ci sentiamo confortati dal vedere che la Chiesa è una e lo Spirito soffia dovunque. Anche guardare il mondo dalla sofferenza di periferie per noi è pastorale di prossimità. Vogliamo partire dalle persone che vivono situazioni difficili o che si dicono non credenti (perché noi abbiamo dato cattivo esempio di testimonianza) o che si trovano ai margini della Chiesa (perché abbiamo fatto scelte o prassi per cui se non si rientra in quella scelta ci si sente esclusi). Perché la misericordia di Dio è il modo migliore per ridurre le distanze".
Haiti come ha reagito ai primi gesti del Papa?
"Siamo rimasti veramente colpiti. Tutti ne parlano bene, anche i non credenti. Perfino i radiogiornali, che erano prima critici e diffidenti. È uno di noi, che capisce le situazioni che viviamo. Ci riporta ai primi tempi cristiani, alla freschezza del Vangelo. Vogliamo lasciarci coinvolgere dall’intuizione del Papa di una Chiesa povera, serva dell’umanità, che si fa vicina ai poveri e trascorre più tempo a far conoscere Cristo piuttosto che a curare le proprie strutture, anche se vanno curate".
Cosa pensa del gruppo di cardinali consiglieri istituito dal Papa?
"Alcune strutture caduche che non servono a far irradiare il Vangelo vanno lasciate, dice il documento di Aparecida. In questo senso capisco cosa sta facendo il Papa. La conversione parte dal cuore, è un restauro della Chiesa a livello interiore, di fede e spiritualità. Va tradotto in gesti concreti semplificando ciò che va semplificato. Penso che in curia vadano fatte tutte le riforme necessarie per facilitare una maggiore comunione e comunicazione tra i diversi dicasteri, dando meno peso a strutture che hanno fatto il loro tempo e allo stesso tempo rispettando ciò che conferisce alla Chiesa la sua autorità spirituale e morale. Bisogna equilibrare le cose, perché la Santa sede rappresenta comunque per le nazioni un punto di riferimento, una testimonianza forte per aiutare i popoli a mettere più l’accento sull’uomo piuttosto che sulle strutture".
A tre anni dal terremoto qual è il bilancio della ricostruzione?
"Sono stati fatti piccoli passi per rispettare gli standard internazionali per le costruzioni, per salvare le comunità in caso di catastrofe e far sì che la Chiesa sia ricostruita intorno a un tessuto sociale molto più armonioso e equilibrato. Anche tra i 300mila sfollati portiamo la pastorale di prossimità, con celebrazioni nelle tende. A livello sociale abbiamo molto da fare per alloggiare queste persone e trovare scuole e lavoro per tutti. Ma la Chiesa non può fare tutto. Fa azione di advocacy per rendere noti i problemi. Non possiamo illuderci che tutti avranno una casa. Anche prima del terremoto molti non l’avevano. Ma vogliamo che tutti trovino un tetto, un lavoro e una comunità accogliente".
(*) inviata Sir a Montesilvano (Pescara)