LE PERIFERIE DEL MONDO/1

“Noi, chiamate” “a sanare le piaghe”

Con il racconto delle Suore Francescane dei Poveri, comincia una nuova inchiesta del Sir nelle periferie del mondo. Parla suor Tiziana Merletti, superiora generale. E descrive il sogno della fondatrice Francesca Schervier: “Curare le piaghe di Cristo nell’umanità povera e sofferente”. Presenti, con spirito di audacia e compassione, in Germania e Stati Uniti, Italia, Brasile, Senegal e Filippine

La città delle persone gentili. È conosciuta così Dumaguete City, ultimo lembo di spiaggia abitata nella provincia sudorientale delle Filippine. Foreste tropicali, catene montuose e lunghe distese sabbiose che si gettano nel Mare di Bohol e di Sulu. Ma Dumaguete non è soltanto il paradiso terrestre per gli amanti delle immersioni subacquee e per i turisti che popolano i numerosi resort locali. Gli abitanti del posto, infatti, sono per la maggioranza poveri e non istruiti. L’abbandono scolastico dei minori è allarmante: nonostante la scuola statale sia gratuita i genitori spesso non riescono a mantenere i figli e, quando non hanno un lavoro, sono costretti a cercare oggetti nelle immondizie o chiedere l’elemosina. È in questa periferia del mondo, oltre che in diversi Paesi sparsi sulla carta geografica, che le Suore Francescane dei Poveri vivono quotidianamente la loro vocazione di vicinanza e sostegno verso chi ha più bisogno. Lo racconta al Sir suor Tiziana Merletti, superiora generale.

"Un amore forte e appassionato per i poveri e i sofferenti". È questo il carisma delle Francescane dei Poveri…
"Sì, è una scia luminosa scaturita ad Aquisgrana nel 1845 dal cuore di Francesca Schervier che condivide con altre 4 compagne il sogno di ‘curare le piaghe di Cristo nell’umanità povera e sofferente’. Paolo VI nell’omelia per la beatificazione, 1974, la chiamerà ‘angelo della strada’ che con ‘genio organizzativo’ trova modi creativi e nuovi per raggiungere i bisognosi della sua Germania come dei lontani Stati Uniti dove si occupa degli ammalati di ogni categoria e religione. Oggi, animate dallo stesso spirito di audacia e compassione, le sue figlie sono presenti oltre che in Germania e Stati Uniti, anche in Italia, Brasile, Senegal e Filippine".

Un Papa che, primo nella storia della Chiesa, ha scelto per sé il nome di Francesco e ha posto i poveri al centro del suo pontificato. Quali sentimenti suscita in voi?
"Consolazione. Abbiamo sempre creduto che il nostro operare tra i poveri fosse in nome della Chiesa e che il suo ruolo fosse quello di una presenza di amore e compassione tra chi più ne ha bisogno. Certo, un Papa con questo nome infonde ancora più coraggio e speranza. Il Vangelo, letto alla luce di chi sta ai margini, necessariamente influenza anche i nostri stili di vita e le nostre strutture e il Papa lo sta dimostrando con i fatti".

Chi sono i poveri di oggi?
"Penso che madre Francesca di nuovo direbbe che al di là di ogni tempo e luogo geografico, i poveri sono la presenza stessa di Gesù, che ritiene fatto a Sé ogni atto d’amore indirizzato al più piccolo. E la prova per lei era che ogni volta che accostava uno di loro sentiva come un fuoco bruciare nel suo cuore. Anche noi facciamo l’esperienza che il nostro cuore ‘non batte’ finché non ci troviamo al posto giusto, al posto ‘nostro’. Il cuore non batte finché quei bambini di strada incontrati nelle Filippine non hanno un pasto caldo e la possibilità di tornare sui banchi di scuola. Non batte finché quelle mamme di bambini denutriti nell’entroterra senegalese non hanno del latte sufficiente e le cure giuste per sopravvivere. Non batte finché quelle donne trafficate e sfruttate nel nostro cosiddetto mondo civilizzato non trovano la forza e le vie concrete per ricominciare una vita dignitosa. E potrei continuare, perché per il piccolo numero che siamo, gli appelli sono così numerosi e inquietanti che anche l’amore più forte non li può contenere".

Come cambia la vita delle Francescane dei Poveri in un servizio così importante?
"La chiamata a ‘sanare le piaghe’ è un percorso di vita che coinvolge prima di tutto ogni aspetto del nostro essere e della nostra vita di fede. Penso alla giovane del Brasile che nel pieno dei suoi vent’anni dirige le sue energie al servizio dei minori provenienti da famiglie povere. Penso alla suora negli Usa che dopo una vita spesa negli ospedali come amministratrice, a 85 anni comincia a fare volontariato nel nostro programma per donne in prostituzione. Penso ad una delle nostre suore in Italia che, per stare accanto alle donne immigrate in quel Centro di Accoglienza, si è trovata come loro ad essere vittima di violenza sessuale".

In che modo rispondete agli appelli di povertà e di disagio che giungono dai luoghi in cui siete presenti?
"Innanzitutto, già da molti anni non abbiamo più grosse istituzioni, parlo ad esempio degli ospedali negli Stati Uniti, la cui gestione era diventata troppo lontana dal nostro stile di vita, da sempre più orientato al contatto con la gente. La sfida che stiamo cercando di raccogliere un po’ dovunque è quella di impiegare risorse umane e finanziarie in servizi che garantiscono qualità, non solo nel presente ma anche nel futuro. Questo ci spinge a preparare in modo adeguato i nuovi membri per essere all’altezza delle sfide, come pure a tenerci aggiornate. Un’altra grande risorsa sono i laici, soprattutto quelli a noi associati, che si stanno formando per continuare i ministeri con lo stesso spirito, anche quando non dovessimo esserci più".

Papa Francesco ha invitato, a più riprese, ad andare alle "periferie" del mondo e del cuore per portare la presenza di Cristo. Come interroga questo appello le Francescane dei Poveri?
"Alla fine di agosto di quest’anno celebreremo il nostro Capitolo Generale che avrà come tema: ‘Liberiamo l’energia di guarigione di Cristo!’ Siamo consapevoli di essere "guaritrici ferite" ma conosciamo anche la potenza del Cristo guaritore presente in mezzo a noi. Spero non sia lontano il tempo in cui ci sia un posto più significativo al ‘tavolo’ dove si prendono le decisioni più importanti per le varie comunità ecclesiali. È lì che vorremmo poter raccontare, col nostro modo di donne, quello che udiamo, vediamo, tocchiamo con mano, mentre camminiamo insieme alla gente semplice, condividendo, spesso senza parole, il grido di angoscia e di non senso che li abita. Sono loro che ci chiedono di essere unti con l’olio della compassione e della speranza. L’appello del Papa non fa che confermare la nostra bellissima vocazione ad essere strumenti di guarigione per tanti".