SALUTE E CRISI
Presentato da Walter Ricciardi il Rapporto Osservasalute 2012: “Già altri servizi sanitari – come la Grecia, la Spagna, il Portogallo – sono crollati sotto la spinta della crisi della finanza pubblica. Il nostro ancora resiste: dipenderà dalle scelte che il governo intenderà fare. Se si continua con la politica dei tagli o con la gestione non adeguata, di fatto – anche se nessuno lo dichiara – si arriverà all’esaurimento del sistema sanitario nazionale”
Un Paese "resiliente", che sopravvive alla crisi e anzi migliora la sua aspettativa di vita. Ma anche un Paese a rischio paralisi del sistema sanitario nazionale, se non si instaura una collaborazione virtuosa tra lo Stato e le Regioni, per coniugare la politica del contenimento dei costi con quella del miglioramento della qualità dei servizi. È la fotografia dell’Italia che emerge dal Rapporto Osservasalute 2012, presentato oggi all’Università Cattolica di Roma da Walter Ricciardi, direttore del Dipartimento di Sanità Pubblica del Policlinico Gemelli di Roma e dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane. Lo abbiamo intervistato.
Nonostante la crisi, la salute degli italiani sembra per molti aspetti migliorare: come spiega questo paradosso?
"Per quanto riguarda l’aspettativa di vita, continua ad aumentare: non c’è un impatto diretto con la crisi, e questo e senza dubbio un dato sorprendente, visto che in questi ultimi dieci anni abbiamo visto di tutto, tagli alle spese, chiusura di servizi, stili di vita peggiorati… Tutti fenomeni, questi, che non solo non hanno avuto un impatto negativo, ma hanno visto un continuo aumento della speranza di vita, cosa che non avviene in altri Paesi, ad esempio in Gran Bretagna. Questo significa che siamo un Paese resiliente: abbiamo cioè la capacità di sopravvivere, anzi perfino di migliorare. Ciò però non ci deve distogliere da alcuni fenomeni negativi che persistono".
Quali sono le "criticità"?
"Innanzitutto continuano a peggiorare gli stili di vita: cattiva alimentazione e scarsa attività fisica riguardano tutta la popolazione. Per quanto riguarda il fumo e l’eccesso di alcol, c’è qualche miglioramento nella popolazione adulta e anziana, in quanto aumentano le persone che smettono di fumare e di bere, mentre questo miglioramento non lo riscontriamo nei giovani, che al contrario bevono di più e bevono prima, visto che cominciano a consumare alcolici sempre più precocemente, ad 11 o 12 anni e che il fenomeno del ‘bing drinking’ è diffuso soprattutto tra le ragazze".
Giovani e anziani sono le fasce della popolazione più colpite dalla crisi: gli uni sono quelli maggiormente soggetti a comportamenti "a rischio", gli altri quelli più esposti all’emarginazione sociale e all’abbandono. Come intervenire?
"C’è un problema di priorità che la classe dirigente si deve porre. Abbiamo avuto tagli che hanno colpito in maniera violenta queste due fasce della popolazione: i tagli alla scuola e all’università, che si sono abbattuti sui giovani, e i tagli all’assistenza, di cui sono stati vittima in primo luogo gli anziani. Oltre non si può andare, pena uno sconvolgimento degli equilibri basilari del Paese. I tagli vanno fatti, perché la situazione non è stabilizzata, ma se aggrediamo ulteriormente queste voci, le conseguenze potrebbero essere drammatiche".
La crisi ha costretto molte famiglie addirittura a rinunciare alle cure specialistiche…
"Sono due milioni, secondo i calcoli dell’Istat, gli italiani che non possono permettersi di pagare il ticket: sono italiani che si ammalano o si ammaleranno, e non possono essere abbandonati a se stessi. Le strutture sanitarie non potranno, però, alla lunga farsene carico, se si continueranno a scaricare i tagli soltanto su di esse. Non possiamo continuare a mettere la testa sotto la sabbia: altrimenti diventiamo un Paese come l’Iraq, dove tutti sono contro tutti e non c’è più nessun tipo di tutela della salute".
Come fotograferebbe, quindi, lo "stato di salute" del sistema sanitario nazionale?
"È un momento di svolta. Già altri servizi sanitari – come la Grecia, la Spagna, il Portogallo – sono crollati sotto la spinta della crisi della finanza pubblica. Il nostro ancora resiste: dipenderà dalle scelte che il governo intenderà fare. Se si continua con la politica dei tagli o con la gestione non adeguata, di fatto – anche se nessuno lo dichiara – si arriverà all’esaurimento del sistema sanitario nazionale. Ci sono già adesso milioni di italiani che non accedono alle cure, perché non possono più permetterselo. Il sistema sanitario privato si sta già attrezzando, in molti casi, per offrire servizi e prestazioni ad un costo inferiore al ticket, ma ciò può dare luogo ad una sorta di darwinismo sociale, che farà sopravvivere soltanto chi può permetterselo".
Tra i diritti costituzionali da garantire, quello alla salute rappresenta uno dei diritti primari e inalienabili della persona: si può coniugare, e come, la necessità del contenimento dei costi con l’aumento della qualità dei servizi?
"L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha già indicato ai 53 Paesi delle regioni europee di mettere la salute al centro di tutte le politiche pubbliche. Se ci si rende conto che la salute dipende dall’insieme delle politiche economiche, energetiche, industriali impostate da ogni Paese, allora si fa un investimento a lungo termine che paga. È avvenuto, ad esempio, in Germania. C’è poi un’indicazione di carattere operativo di cui tenere conto: l’Italia è un Paese paralizzato dal contrasto tra lo Stato centrale, che eroga i soldi, e le Regioni, che li gestiscono come meglio credono con un potere quasi esclusivo. Se non si collabora, si rischia la paralisi, come vediamo in questi giorni in Spagna con la ‘Marea blanca’: finiti i soldi, hanno dovuto diminuire i servizi, e ogni giorno ci sono manifestazioni in camice bianco perché i medici devono andare a lavorare nel privato o trasferirsi in altri Paesi".