LOMBARDIA

Dopo le parole i fatti?

Carceri e criminalità organizzata tra le nuove Commissioni regionali

Il nuovo Consiglio regionale della Lombardia, tra i primi provvedimenti, ha deliberato di creare quattro nuove Commissioni che affiancheranno le otto permanenti. I nuovi gruppi di lavoro sono dedicati alla “Situazione carceraria in Lombardia”, alla “Lotta alla mafia”, ai “Rapporti tra Lombardia, Confederazione elvetica e Province autonome” e al “Riordino delle autonomie”. Dunque, accanto alle Commissioni istituzionali (dedicate, tra l’altro, a bilancio, sanità, infrastrutture e attività produttive) vi sarà un’attenzione stabile a quattro tematiche giudicate prioritarie. Oltre al tema di grande attualità del riordino degli enti locali (province in primo luogo) e dei rapporti con la Svizzera (con la quale è in atto un braccio di ferro sui lavoratori frontalieri) e le province del Trentino Alto Adige (che condividono la gestione del Parco dello Stelvio con il Pirellone), è significativo che si sia deciso di puntare l’attenzione anche sulla situazione sociale delle persone recluse in carceri sempre più affollate e all’emergenza delle infiltrazioni mafiose nel Nord. I loro compiti riguarderanno la proposizione di norme e leggi sui rispettivi temi. Le quattro Commissioni sono state votare all’unanimità, con astensione del Movimento 5 stelle e del gruppo Ambrosoli sulla Commissione per i rapporti con la Confederazione elvetica.Non dimenticare il carcere. “Se questa Commissione sarà in grado di ricordare che il carcere fa parte della società, allora ben venga. Perché oggi invece è un mondo a parte di cui nessuno sembra preoccuparsi”. È il commento di don Augusto Panzeri, cappellano del penitenziario di Monza e responsabile della Caritas nel capoluogo della Brianza. Spiega il sacerdote: “Il sovraffollamento non è l’unico problema in carcere, anche se la limitatezza degli spazi è un problema: stare nei pochi metri quadrati di una cella in tre è esasperante e oggi le persone sono sempre più fragili. Ma manca soprattutto una progettualità per fare in modo che la reclusione non sia solo pena, ma anche recupero. Invece non ci sono risorse e personale: si garantisce la custodia e poco più. Dalle prigioni escono persone che non sono state aiutate a capire la gravità dei reati che hanno compiuto”. Prosegue don Panzeri: “In carcere la vita è improntata all’ozio: ci sono poche possibilità di studiare o imparare un lavoro, l’unica maestra è la televisione. C’è anche molta promiscuità tra persone con storie diverse alle spalle, chi ha rubato per mangiare sta con gli assassini e i violentatori. Finiscono per peggiorarsi a vicenda anziché vivere percorsi di recupero. Tempo fa la mamma di un ragazzo poco più che maggiorenne mi ha detto: ‘Mio figlio ha sbagliato in modo grave, ma qui impara ogni giorno a essere delinquente'”. Tutti temi, insomma, che secondo il cappellano potrebbero subito entrare nell’agenda legislativa della Commissione, per quanto di competenza regionale. Infine, spiega don Panzeri, “si fa troppo ricorso al carcere e poco a misure alternative di pena. Su questo occorre più coraggio, che non è buonismo”.L’impegno sia anche nei fatti. “Solitamente non commentiamo le intenzioni”, esordisce Davide Salluzzo, referente lombardo di Libera, l’associazione per la lotta alla mafia e la promozione della legalità presieduta da don Luigi Ciotti, a proposito della nuova Commissione per la lotta alla criminalità organizzata. “Con una battuta – afferma Salluzzo – potremmo dire che una Commissione non si nega a nessuno. Non c’è Comune che non abbia una Commissione sulla criminalità e la legalità. La bontà di una Commissione Antimafia si misurerà dai provvedimenti che prenderà”. Avverte infatti: “Le mafie si sconfiggono se c’è condivisione, se si prendono delle decisioni insieme e soprattutto si stabiliscono delle priorità”. Secondo il rappresentante lombardo di Libera sono due le priorità da affrontare: la revisione e la gestione delle due leggi fatte ad inizio 2011 dalla Regione Lombardia sulla formazione sui temi antimafia e sulla gestione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali. “L’una – sostiene – non funziona e l’altra sta funzionando male. Mi aspetto quindi dalla politica una precisa iniziativa per valorizzare e sostenere chi sta utilizzando i beni confiscati e un sostegno a chi li vuole utilizzare. Quanto alla formazione: si doveva aiutare a diffondere consapevolezza sui fenomeni mafiosi; se si conoscono le mafie e le dinamiche di colonizzazione del territorio si riescono ad avere i giusti anticorpi. Ma quello che vediamo è che si sta finanziando di tutto e di più senza dare nessuna priorità”. Infine il monito: “Siamo la terza regione con il più alto numero di beni e aziende confiscati alle mafie. Sembra che non ce ne stiamo rendendo conto. Prima di noi ci sono la Sicilia e la Calabria e abbiamo superato la Campania e Puglia. Non vorrei arrivassimo a scalare la vetta”.a cura di Paolo Rappellino(02 maggio 2013)