SLOVENIA
La fiducia della Chiesa per l’apertura della Ue ai Balcani
Gli occhi dell’Europa, in queste settimane più che mai, sono puntati sui Balcani. Con l’accordo siglato lunedì 22 aprile a Bruxelles tra Serbia e Kosovo si è aperta una nuova fase per i Paesi di questa Regione, che sarà rinsaldata dall’entrata ufficiale della Croazia nell’Ue il prossimo 1 luglio. Come vengono percepiti questi mutamenti in Slovenia, primo Paese dei Balcani a essere ammesso nell’Ue nel 2004? Sir Europa lo ha chiesto a monsignor Andrej Saje, segretario generale e portavoce della Conferenza episcopale slovena.
Che cosa pensa dell’entrata della Croazia nell’Ue e dell’apertura dei negoziati ad altri Paesi come la Serbia?
“Credo che entrambi questi aspetti porteranno al miglioramento della vita di numerosi cittadini della Slovenia e degli Stati interessati, soprattutto di coloro che si spostano giornalmente o settimanalmente per lavoro. Questa entrata certamente rafforzerà la collaborazione economica tra gli Stati dei Balcani, ampliando lo spazio di libera circolazione dei beni, delle merci e del capitale. È da attendersi in particolare un maggior aumento di attività turistiche e di collaborazione culturale in questa regione, unita da una storia comune e da comuni radici cristiane, soprattutto per quanto riguarda la Croazia, confinante con la Slovenia”.
Un recente rapporto dell’Ocse ha messo in guardia sulla situazione delle banche slovene e ha lanciato l’allarme di una nuova crisi, dopo quella di Cipro. Come mai si è creata questa situazione?
“Al riguardo, va fatta una premessa importante. La quota maggioritaria delle banche slovene in passato era statale e questo ha comportato che ogni scelta fosse il frutto non solo di una logica economica, ma anche e soprattutto politica. Questo status ha portato a un’eccessiva esposizione delle banche e a elargire crediti mal garantiti, anche a grandi strutture economiche semipubbliche. Per questo motivo i governi, dopo l’indipendenza della Slovenia (1991), hanno aderito al progetto di ritiro dello Stato dall’economia e alla creazione di una bad bank. Attraverso la bad bank sarà possibile cercare una soluzione, in modo giusto ed equo, per le obbligazioni sorte e liberare un portafoglio sano delle banche per ulteriori prestiti, cioè per un rinnovo dell’economia”.
Come la Chiesa cattolica in Slovenia sta reagendo a questa crisi?
“La Chiesa subisce la crisi come le altre parti della società civile. I mezzi statali, con cui lo Stato aiuta la Chiesa nella sua missione, come per esempio, la parziale copertura da parte dello Stato sloveno delle spese di previdenza sociale per i sacerdoti e le persone consacrate, si sono ridotte nella stessa misura o addirittura in misura maggiore rispetto alle altre parti della società civile. Molta gente ha perso il lavoro, alcune migliaia di piccole imprese familiari sono fallite, non tanto per mancanza di lavoro, ma soprattutto per mancanza di guadagni. Hanno lavorato, acquistato il materiale necessario, pagato i contributi, ma non hanno riscosso i pagamenti dovuti per il lavoro o il servizio svolto. Ciò mostra l’esistenza di problemi a livello dello stato di diritto”.
Quali le iniziative promosse per far fronte a questa emergenza?
“La Chiesa con le sue risorse umane, soprattutto il volontariato, e i suoi mezzi finanziari, partecipa all’attività dello Stato, nell’ambito dell’aiuto ai poveri, della formazione, della cultura e dell’arte. Un ruolo particolare lo svolge la Caritas, la quale, oltre a un aiuto materiale, offre anche un aiuto psicologico alle persone in difficoltà, forma e informa. Va, infatti, tenuto ben presente che la crisi economica ha come base la crisi dei valori, della giustizia e dell’onestà. Per questo motivo la Chiesa slovena si sforza di offrire una formazione in questo campo, anche attraverso la creazione di un istituto universitario”.
Alla luce di questa situazione, quali sono le preoccupazioni più forti?
“Il compito dello Stato è di consolidare le finanze pubbliche, con un equilibrio tra entrate e uscite, di favorire l’attività economica, soprattutto con una giusta regolamentazione del mercato, e di provvedere a un sistema di previdenza sociale per i gruppi di cittadini più vulnerabili e deboli. La crisi è in definitiva anche un’occasione di un nuovo inizio, essendo obbligati a riflettere sulle proprie azioni, sia a livello statale sia ecclesiale, e a costruire il futuro su basi sane e oneste”.