UNIONE EUROPEA
I sentimenti anti-Bruxelles e l’euroscetticismo da Reykjavik a Berlino
“Ma l’Unione europea ha bisogno dell’Islanda?”. La domanda, diretta, brusca e forse un po’ retorica, risuona nelle sedi europee. Sorge dal voto per il rinnovo del Parlamento di Reykjavik. L’isola dei ghiacci si affida infatti a una coalizione di partiti di centrodestra (conservatori e liberali, in totale 38 seggi su 63), entrambi fortemente euroscettici, e manda all’opposizione il centrosinistra, che ha contribuito, con l’aiuto del Fondo monetario internazionale e la mediazione dell’Ue, a evitare la bancarotta sfiorata nel 2008. Anzi, al potere ritornano le stesse formazioni che avevano condotto l’Islanda dentro una grave recessione economica e finanziaria, con il fallimento delle tre principali banche. Inoltre entrano nell’assemblea nazionale tre deputati del partito dei Pirati, radicalmente antieuropeista, che sta raccogliendo un discreto numero di seguaci in varie nazioni, dalla Scandinavia alla Germania, fino alla Croazia.
La stessa Islanda ha ottenuto nel 2010 lo status di Paese candidato all’adesione all’Unione europea e per questa ragione sono stati aperti i negoziati. Nel frattempo sull’isola è cresciuto un sentimento anti-Ue, legato ai sacrifici imposti per il risanamento economico, che peraltro sta dando buoni risultati. Un recente sondaggio attesta che quasi il 60% degli islandesi sarebbe contrario all’adesione. In campagna elettorale i partiti di centrodestra hanno cavalcato l’antieuropeismo che ha pagato in termini di voti. Da qui, dunque, la domanda: perché l’Europa dovrebbe tendere la mano a Reykjavik, se i suoi abitanti preferiscono l'”isolazionismo”?
L’esito del voto islandese apre a riflessioni ben più ampie, in ragione del fatto che – giustificabili o meno – gli stessi atteggiamenti contrari all’integrazione stanno prendendo piede in ampia parte del continente, premiando partiti avversi all’Ue. Per fare qualche esempio, nel Regno Unito l’Ukip indipendentista di Nigel Farage spaventa Conservatori, Liberaldemocratici e Laburisti; la Germania, chiamata alle urne fra cinque mesi, ha visto sorgere la formazione Alternative für Deutschland anti-moneta unita; la Francia ha il Fronte nazionale, il Belgio l'”Orgoglio Fiammingo… Movimenti simili sono emersi in Italia, Finlandia, Ungheria, Paesi Bassi, Austria, Polonia, Grecia…
Sulle ragioni profonde di questo malcontento transfrontaliero si è riflettuto e scritto non poco, sottolineando fra l’altro che si tratta, alle diverse latitudini, di un complessivo rigetto della tradizionale forma della democrazia partecipativa, che fa vittime tanto nella politica nazionale (ovunque la partecipazione alle elezioni regredisce e i partiti appaiono sempre più come “gusci vuoti”, in mano a leader spesso autoproclamatisi tali, oppure emersi dai social network) che sovranazionale.
Ma la particolare architettura istituzionale europea risente forse maggiormente di questo clima di “sfiducia democratica” per due ragioni. La prima è la distanza, anche fisica, che i cittadini scontano rispetto a Parlamento, Consiglio e Commissione Ue, faticando a comprenderne gli eventuali risultati. La seconda deriva – come si è più volte ricordato – dagli esiti nefasti della crisi, le cui colpe sono state riversate sull’Ue.
Da alcuni di questi mali che affliggono la politica, Jacques Delors aveva messo in guardia nel corso della sua lunga militanza europeista. Resta memorabile il discorso di commiato dalla presidenza della Commissione Ue, nel 1995, dopo dieci anni di mandato, in cui segnalava il pericolo rappresentato dalla “distanza crescente tra governanti e governati” e dall'”epidemia galoppante dei sondaggi”, che indirizzano la politica non a scelte ponderate di lungo periodo, bensì alla variabilità quasi epidermica dell’opinione pubblica. Delors quindi affermava: “Solo il risveglio politico dell’Unione europea sarà un invito all’approfondimento della democrazia contro l’abbandono e l’atonia che attraversano le nostre società”. Nello stesso discorso Delors, intravvedendo i mutamenti seguiti al crollo del Muro di Berlino, paventava il rischio di un indebolimento della “casa comune”: le grandi novità cui si preparava l’Ue (l’allargamento a Est e l’introduzione dell’euro) domandavano a suo avviso riforme e sostegno politico dagli Stati membri, per non “trasformare l’Unione in una specie di Gulliver incatenato per mancanza di istituzioni valide ed efficaci”.
Forse oggi l’Ue è questo gigante incatenato – dalla crisi che imperversa, da liturgie decisionali interne farraginose, dallo scetticismo diffuso, da governanti sempre più nazionalisti e sondaggio-dipendenti – che va politicamente liberato e rafforzato per poter agire e dare risposte efficaci alle attese dei cittadini.