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Il vescovo di Reykjavik su evangelizzazione, crisi e Ue
“È la diocesi cattolica più a nord del mondo, Reykjavik: una decina di migliaia di fedeli (3,3% della popolazione totale), per lo più stranieri”. Ma la Chiesa cattolica in Islanda “è giovane e i battesimi sono dieci volte più numerosi dei funerali. Con l’afflusso di lavoratori stranieri sull’isola, il numero dei cattolici è triplicato negli ultimi dieci anni: nuovi luoghi di culto sono stati costruiti e ne serviranno molti di più”. Lo raccontano a Sir Europa monsignor Pierre Bürcher, vescovo di Reykjavik, e Séra Jakob Rolland, suo cancelliere, intervistati da Sarah Numico all’indomani delle elezioni (27 aprile 2013) che hanno portato al governo due partiti della destra moderata.
Quale valutazione si può dare dell’esito delle elezioni politiche islandesi?
“Era chiaro che un cambio era necessario. Il governo precedente, nato dopo la crisi del 2008, aveva cercato di gestire la situazione critica, con il sistema bancario del Paese completamente collassato. Così erano state create banche nazionali, con gli aiuti del Fmi e ciò aveva funzionato. Sono rimasti però grossi problemi d’indebitamento delle famiglie, legati ai mutui per l’acquisto della casa, che si sono gonfiati incredibilmente, per l’andamento della moneta nazionale, e che continuano a crescere. Molte famiglie sono in grande difficoltà perché non possono restituire i soldi. Le banche avevano sospeso le riscossioni per un po’ di tempo, per dare respiro ma ora il tempo è scaduto: le banche confiscano le proprietà e le famiglie restano comunque indebitate. Il governo è crollato perché non ha saputo trovare soluzioni a questo problema. I due partiti che hanno vinto hanno presentato un programma molto forte su questo punto e sicuramente sarà il primo problema che affronteranno”.
Qual è l’atteggiamento verso l’Ue?
“C’è molta divisione in ambito politico tra coloro che appoggiano l’entrata nell’Ue e coloro che la contrastano. La maggioranza della popolazione non vuole entrare nell’Ue e la motivazione principale è l’industria del pesce islandese, che costituisce il 50% dell’economia dell’isola e che, con l’entrata nell’Ue, diventerebbe facilmente accessibile agli investitori esteri. A questo ci si oppone. Ormai da tempo, si cercano accordi con l’Ue per proteggere il settore, ma fino a ora Bruxelles ha risposto negativamente su questo punto. Personalmente penso che l’Islanda avrebbe bisogno dell’Ue, anche perché il nostro commercio è con i Paesi europei, ma per come funziona ora, è impossibile che l’Islanda faccia il passo. Con i due partiti al governo ora, certamente il problema verrà rimandato di molti anni, a meno che da Bruxelles arrivi un cambiamento delle politiche”.
Quali sono le sfide più urgenti che la Chiesa islandese deve affrontare in questo periodo?
“L’Islanda deve ritrovare i suoi veri valori e le sue radici cristiane. Con il boom economico che aveva vissuto il Paese, quando meno del 10% della popolazione dell’isola viveva al di sotto della ‘soglia di povertà, ci si era quasi dimenticati di questi valori. Ora, dopo la crisi economica, ma anche politica e sociale, le persone si trovano ad affrontare questioni critiche. L’Islanda deve trovare il modo di impegnarsi, come ha fatto nell’anno 1000, in percorsi di cristianesimo autentico, vissuto nel quotidiano. Questa è la sfida della nuova evangelizzazione, che riguarda tutto il Nord del mondo. L’evangelizzazione deve essere graduale, ci vuole tempo e deve tenere conto delle particolari condizioni dell’Islanda. Ci vuole un sacco di pazienza. Congregazioni religiose femminili nel Paese da decenni non hanno ancora oggi vocazioni religiose islandesi. Si tratta anche di trovare vocazioni sacerdotali locali, perché gli islandesi ancora troppo spesso vedono la Chiesa cattolica come una ‘Chiesa straniera’. Attualmente due giovani islandesi hanno mostrato il loro interesse a diventare sacerdoti. Altri due si stanno preparando al diaconato permanente. Una delle principali sfide in Islanda rimangono la catechesi dei bambini e dei giovani e la formazione per gli adulti”.
Quali aspetti del papato di Francesco sono particolarmente significativi per i cristiani in Islanda?
“Siamo una Chiesa giovane, ma povera e non potremmo vivere senza l’aiuto esterno. La povertà ci obbliga all’apertura allo straniero. Ecco almeno due caratteristiche che si collegano a ciò che aveva espresso prima del conclave il cardinal Bergoglio: una Chiesa che esca da se stessa per andare fino alle periferie, non solo geografiche, ma anche esistenziali. Inoltre, la povertà della Chiesa sta a cuore a papa Francesco, come ha più volte espresso fin dall’inizio del suo pontificato. Nello zelo missionario mondiale, la Chiesa cattolica nei Paesi nordici è spesso trascurata, perché il sentimento prevalente tra molte persone e organizzazioni è che non abbia bisogno di aiuto, trovandosi nei Paesi ricchi. Ma ci dimentichiamo o non sappiamo che è una comunità giovane e povera, che a seconda dei Paesi, rappresenta tra il 1,5 e il 3,3% della popolazione totale, in maggioranza luterana. La povertà non è da cercare troppo lontano! E l’evangelizzazione è urgente nel Nord come nel resto del mondo!”