AREZZO/PARROCCHIA PER LA VITA

La partita è iniziata famiglie all’attacco

Nella parrocchia di Sant’Agnese in Pescaiola è già stato fischiato il calcio d’inizio. Il parroco, don Severino Bernardini, ama la metafora calcistica: “Alzate lo sguardo, osservate il piazzamento in campo dei vostri compagni di squadra…”

  "Alzate lo sguardo e guardate alla vita. Sempre. Con speranza": lo ripete spesso don Severino Bernardini, da sette anni parroco a Sant’Agnese in Pescaiola, ad Arezzo. Una delle parrocchie aretine più popolose, con i suoi settemila fedeli ripartiti in circa 1800 famiglie, situata poco fuori le mura della città a ridosso di un’area un tempo ricca di piccole medie imprese legate alla lavorazione orafa, tradizione del posto, ma oggi strozzata dalla crisi economica. Da dietro la canonica giungono le grida di alcuni ragazzi che giocano a calcetto nei campi parrocchiali circondati dai balconi delle numerose palazzine vicine. Don Severino li guarda, sorridendo, quasi a dire loro "alzate lo sguardo, non guardate solo il pallone che avete tra i piedi ma osservate il piazzamento in campo dei vostri compagni di squadra, così da aiutare chi è in difficoltà e per passare la sfera a chi è libero e realizzare un goal". Alzare lo sguardo per aprirsi agli altri, guardare ad orizzonti più vasti e vette più alte, è un po’ la metafora della vita, non si vince da soli ma con l’aiuto della squadra e del suo "Grande Capitano nel cielo".

"Alzate lo sguardo e non mollate": don Severino lo ripete a tanti padri di famiglia che non lavorano più perché la crisi ha rubato loro il posto di lavoro, a quelle madri che non sanno come tirare avanti, ai molti imprenditori che hanno dovuto abbassare le saracinesche delle loro fabbriche che più volte ha benedetto, a chi viene a chiedere aiuto perché non riesce a pagare bollette e rate del mutuo. Per tutti una parola ed un gesto concreto, una risposta al bisogno. Tanto fa la Caritas ma tanto e forse più fa la generosità diffusa dei parrocchiani, afferma con convinzione il sacerdote, che una volta al mese rimpinguano il magazzino della chiesa con bustoni di spesa. Grazie a loro 40 famiglie della comunità non hanno di che preoccuparsi per il mangiare. Lo sguardo solidale della comunità non si ferma solo a Pescaiola ma si allunga al Mozambico, al Brasile e all’Uganda. Don Severino in questa "quotidiana partita con la vita" non è solo, ha al suo fianco una squadra composta da tante persone e soprattutto da tante famiglie. E come nella grande tradizione calcistica del "gioco a zona" – in cui uno dei segreti è che i giocatori coprano quanto più spazio possibile del rettangolo di gioco, restando "corti" cioè vicini – ha assegnato a tutte un ruolo ed un compito da portare avanti, ognuna nella sua zona di competenza, giovani, catechesi, pastorale sociale, familiare, Caritas e così via. Un gran gioco di squadra in un campo, la parrocchia, che diventa "luogo di amicizia e di vita". Perché è così che si vince e si superano le difficoltà.

Il segreto, ma nemmeno poi tanto, sono proprio loro, le famiglie. Sono due i gruppi di famiglie attivi a Sant’Agnese, entrambi sorti spontaneamente, uno nato da poco più di due anni, che raccoglie grazie all’impegno di Lara Caposciutti, un passato nella Fuci, diverse giovani coppie con figli piccoli che si ritrovano regolarmente il pomeriggio dell’ultima domenica del mese per un momento di condivisione e di svago, ed un altro formato da coppie un po’ più mature negli anni, che si vedono di sabato, come riferisce Maria Perla Tani, insegnante e catechista. Un terzo gruppetto sta venendo fuori adesso e vede alcune coppie impegnate a "tenere" e "contenere" i più piccoli a messa. "La parrocchia – dice don Severino – deve diventare anche per i più piccini un’altra casa, il loro campo di gioco della vita". La chiesa a Sant’Agnese è sempre piena di gente, il tam tam tra le famiglie è continuo e un ruolo lo giocano anche i figli che vi si danno appuntamento, trascinandosi dietro anche le mamme ed i papà più recalcitranti. E la parrocchia cresce. C’è poi chi si occupa delle future coppie e guarda ai fidanzati per raccontare la propria esperienza matrimoniale. È il caso di Agostino Fabbri e di sua moglie: "I giovani hanno un grande bisogno di Dio – dice – ma vanno ascoltati e accolti anche nei loro dubbi e tentennamenti. Molti si sposano in chiesa perché spinti, e la frequenza ai corsi per fidanzati è l’occasione per parlare con loro della vocazione al matrimonio". E tra coloro che si sposano c’è chi ritorna nella parrocchia.

Alzare lo sguardo, raccomanda sempre don Severino, guardare alla vita con speranza e con forza per ampliare gli orizzonti e guardare a nuove sfide da affrontare. Gli occhi del parroco ora cadono sul volto di un neonato, dai grandi occhi azzurri, che sbuca da sotto una coperta, e lo slogan "Anche io sono stato un embrione; puoi metterci la firma". È il poster della campagna "Uno di Noi", (www.firmaunodinoi.it), la petizione popolare che punta a raccogliere un milione di firme in Europa per chiedere alla Commissione europea di fermare gli esperimenti che eliminano gli embrioni umani. La vita dei padri e delle madri di famiglia, delle persone sole, dei malati, dei disabili, sono sfide che affrontiamo ogni giorno e che cerchiamo di vincere lavorando tutti insieme, dice don Severino, ma qui viene richiesto un supplemento di cuore e di impegno a difesa della vita nascente, dell’embrione. Anch’essi hanno il loro ruolo nel campo della vita e vanno aiutati affinché lo ricoprano. "La raccolta di firme che faremo a partire dal 12 maggio e anche nei mesi successivi vuole rilanciare tutto il nostro impegno a favore della vita, in ogni sua fase". Intanto si assegnano i ruoli: chi si occuperà dei moduli da riempire, chi degli stand, chi della formazione, chi del calendario della raccolta, "tutte le zone del campo vanno occupate – recita la regola del gioco a zona – tutti devono sapere cosa fare e come farlo, tutti devono alzare lo sguardo per osservare il piazzamento dei compagni in campo, per aiutare chi è in difficoltà, e cercare di segnare la rete". Questa volta a chiedere aiuto è il più piccolo, il più giovane della squadra, l’embrione. Ed una firma sola non basterà. Ne servono almeno un milione per fare goal. A sant’Agnese tutti sono pronti a fare la loro parte. La partita è cominciata…

dall’inviato Sir, Daniele Rocchi

(11 maggio 2013)