EDITORIALE

Oltre i propri confini

Quale Europa i cittadini tedeschi sceglieranno a settembre?

Si rivelerà illusoria, probabilmente, l’attesa che Angela Merkel, tanto ingiustamente criticata, dopo le elezioni in Germania (22 settembre) cambi la sua politica europea per dare la priorità alla “politica di crescita”, come proposto da alcuni, a spese della politica dell'”austerità” finora privilegiata, o che sia un nuovo governo guidato da un cancelliere socialdemocratico a portare a una tale svolta. Proprio come un anno fa si è rivelata illusoria l’attesa che Francois Hollande sarebbe stato in grado di concludere la politica di risanamento del bilancio nazionale concordata a livello europeo, per poter spendere più soldi per la politica industriale e sociale, come aveva promesso durante la campagna elettorale.
Tali aspettative o speranze si basano sul falso presupposto che una crescita sana e sostenibile possa essere acquistata con il denaro, che non è disponibile e che quindi deve essere preso in prestito per poi essere restituito. Si spera in un cambiamento della politica finanziaria europea soprattutto nei Paesi dell’Europa del Sud, costretti a misure di austerità e riforme strutturali a causa del loro debito eccessivo di cui devono assumersi le dolorose conseguenze.
Ma è assurdo credere che si possa sconfiggere il debito attraverso ulteriori debiti. Perché sono soprattutto questi debiti e i costi elevati degli interessi, della credibilità e della fiducia, che hanno messo in ginocchio i Paesi interessati. Sono i debiti che impediscono la crescita oltre che essere molto discutibili da un punto di vista etico, poiché per risolvere un problema attuale se ne impone il peso sulle generazioni future.
Pertanto, non vi è che un solo modo ragionevole per una crescita sana e sostenibile, vale a dire la strada della sobrietà e di una “governance” razionale e sostenibile, cioè la riforma delle politiche e delle strutture che si sono dimostrate essere inefficienti, costose e controproducenti. Austerità e crescita non si escludono a vicenda: sono reciprocamente dipendenti.
Un’altra cosa da fare è naturalmente individuare la misura giusta degli sforzi di riforma e delle misure di austerità necessarie, per evitare da un lato che con le esagerazioni si corra il pericolo di ottenere il risultato opposto a quello desiderato, o dall’altro che non si chieda abbastanza per timore di reazioni negative da parte delle popolazioni colpite, perdendo in tal modo la lotta contro il debito e perciò contro il declino economico e sociale.
Ogni Stato membro ha la responsabilità della soluzione dei propri problemi, nella misura in cui ne sia egli stesso la causa. Questa è la condizione a cui fa riferimento l’istituzione dell’Unione monetaria europea. Il rispetto di tale regola è anche il presupposto per la solidarietà con i partner che sono in situazioni difficili. La regola dell’assunzione di responsabilità e la relativa disciplina contrattuale in materia di politica finanziaria e di bilancio dovrebbe evitare che i singoli Stati membri si indebitino a scapito di altri Stati membri, con conseguenze per l’intera comunità. Purtroppo, questa regola non è sempre stata rispettata da tutti gli Stati membri. Questa confusione ha portato alla crisi che ci sta ormai occupando da anni.
Nell’Unione monetaria si verificano sviluppi critici dovuti a comportamenti scorretti di un membro verso gli altri membri, per cui la comunità è giustificata a richiamare all’ordine il membro che ha causato il problema con la sua cattiva condotta e a porgli le condizioni per il risanamento. È assurdo che i governi dei Paesi che hanno agito correttamente vengano accusati di corresponsabilità per la difficile situazione dei loro partner in difficoltà, e di elargire egoisticamente i loro aiuti e solo in condizioni rigorose, vale a dire richiedendo che il debito venga ridotto e delle riforme siano intraprese. Il motto può solo essere: aiuto per un auto-aiuto!
Questo contesto oggettivo non sarà ignorato nemmeno da un governo tedesco formato da socialdemocratici, anche se c’è chi si aspetta un allontanamento più o meno radicale dal cammino seguito finora. Di fatto, nel corso degli ultimi anni anche loro sono sempre stati d’accordo e lo hanno sempre appoggiato nei dibattiti politici interni a fronte di posizioni euroscettiche da destra e sinistra. Pertanto, c’è da attendersi che la politica europea nel confronto tra Angela Merkel e il suo sfidante, il socialdemocratico Peer Steinbrück, non giochi un ruolo particolarmente importante. Forse si dovrà invece reagire insieme contro gli attacchi populisti di sinistra (la sinistra post-comunista) e di destra (la AfD, la nuova “Alleanza per la Germania”, il partito anti-euro). La sinistra parla di una “comunitarizzazione” del debito in Europa, e la AfD chiede lo scioglimento della zona euro, per evitare alla Germania i costi legati al salvataggio dell’euro.
L’immutato ampio consenso sulla politica europea dei partiti più grandi indica che, indipendentemente da chi vincerà le elezioni, la domanda su quale Europa i tedeschi sceglieranno a settembre, avrà la seguente risposta: noi vogliamo un’Europa forte, solidale, che attraverso il successo dell’unione monetaria e lo sviluppo ulteriore delle istituzioni e dei processi di integrazione già esistenti e consolidati, si trasformi sempre più in un’unione politica democratica e federale, in cui ogni membro, impegnandosi con correttezza, sia all’altezza delle proprie responsabilità verso se stesso e tutta la comunità.