TERRA FUTURA

Poveri da “consumo”” “Caritas già allertate

Sono persone che si indebitano progressivamente comprando a credito. La cultura del consumare è talmente potente che non basta avere meno soldi per sconfiggerla. “È finito il tempo dell’altermondismo – sostiene Donatella Turri – Non è più un tema ideologico o di parte perché il collasso del sistema ci racconta profondamente di una revisione necessaria dei modelli di produzione, di marketing e di consumo”

Insegnare ai giovani delle scuole a riciclare un abito usato, rendendolo nuovo e bello con una etichetta personale, che valga più dei grandi brand mondiali. Giocare a mettersi nei panni dell’altro, del diverso, per combattere stereotipi e pregiudizi. Educarli all’uso delle risorse idriche, al consumo critico. Proporre alle giovani coppie di sposi la "cassetta degli attrezzi" un kit con opuscoli, ricettari e consigli utili per il consumo critico, il riciclo e il riuso di alimenti ed oggetti. Sono solo alcuni dei tanti progetti portati avanti dalle diocesi toscane nelle scuole e nelle comunità per educare alla mondialità e agli stili di vita. Una indagine qualitativa che documenta queste attività verrà presentata in questi giorni dalle Caritas toscane presenti alla decima edizione di "Terra Futura", la mostra convegno internazionale delle buone pratiche di sostenibilità ambientale, economica e sociale che si apre oggi, fino al 19 maggio, alla Fortezza da Basso di Firenze. L’evento, centrato sul tema "Dieci anni dopo: oltre la crisi, per una nuova Europa", è promosso da Fondazione culturale Responsabilità etica, regione Toscana e Adescoop–Agenzia dell’economia sociale, insieme ai partner Acli, Arci, Caritas Italiana, Cisl, Fiera delle Utopie Concrete e Legambiente. Caritas italiana è presente con un proprio stand e numerose iniziative. Stamattina sono stati organizzati dei laboratori per le scuole. Sull’educazione ai nuovi stili di vita abbiamo parlato con Donatella Turri, direttrice di Caritas Lucca e responsabile del Gruppo regionale di educazione alla mondialità e ai nuovi stili di vita.

Nuovi stili di vita per affrontare meglio la crisi: le comunità cristiane sono pronte?
"Nelle comunità cristiane l’esperienza della mondialità e l’educazione agli stili di vita è sempre stata importante. Nella diocesi di Reggio Emilia, ad esempio, l’associazione ‘Granello di senape’ coniuga cinque ambiti pastorali (Caritas, uffici famiglia, scuola, catechesi, giovani). In Toscana il dibattito è molto vivace. Tutte le realtà ecclesiali italiane dovrebbero forse rivedere il modo in cui si educa alla mondialità, perché in tempo di crisi, concentrati sulle povertà locali, si corre il rischio di pensare che le povertà lontane siano quasi un lusso. Invece l’esperienza toscana ci dice che guardare alle povertà lontane ci aiuta a comprendere meglio le povertà vicine. Ora però dobbiamo passare da una responsabilità individuale ad una responsabilità comunitaria. Capire, ad esempio, come le Chiese impattano sull’ambiente nell’organizzazione di sagre, feste, eventi, cercando di organizzare piccoli e semplici percorsi che richiamino le comunità ecclesiali, non solo i singoli componenti, alla responsabilità collettiva".

I cattolici sono disposti anche ad abbandonare certi atteggiamenti consumistici?
"Secondo me sì, soprattutto in un contesto di crisi. Le famiglie oggi si trovano, a volte in maniera forzata e dolorosa, a rivedere i propri stili di vita e consumo. Sono sempre di più le Chiese locali che si interrogano su come utilizzare questo momento di crisi per fare un salto di qualità nel modo di intendere gli stili di vita. La crisi ci aiuta a passare da un piccolo gruppo di persone sensibili ad un patrimonio condiviso da tutti. Le parole chiave sono: riprendere il gusto della manualità, del fare, del produrre. Non siamo solo persone che comprano ma anche persone che fanno, producono, preparano, coltivano. Non si tratta solo di rivedere gli stili di consumo ma anche quelli con cui si abita un territorio, la memoria con le generazioni passate, ecc.".

Aumentano purtroppo le persone e famiglie che si rivolgono alla Caritas per ricevere aiuti. Come dire: se non si cambia per scelta, si cambia per necessità?
"Dovrebbero farlo almeno per necessità. Invece, spesso, sono proprio le persone meno stimolate culturalmente a fare più fatica. In tutti i nostri centri di ascolto incontriamo i cosiddetti ‘poveri da consumo’, cioè persone che si indebitano progressivamente comprando a credito. La cultura del consumare è talmente potente che non basta avere meno soldi per sconfiggerla. Richiede un profondo cambiamento di cultura".

Un cambiamento che deve iniziare dalla scuola. Come reagiscono i giovani?
"I giovani sono i più colpiti dalle logiche aggressive della pubblicità. Nelle scuole cerchiamo di contrastarle ricordando loro che questa alternativa è un percorso più seducente del consumo. Usiamo molto il linguaggio delle relazioni e delle emozioni, per far sperimentare ai ragazzi altri modelli di felicità. C’è una grande diffidenza iniziale e uno svelamento successivo. Quando vengono messi di fronte ad altre possibilità di interpretare la propria esistenza i ragazzi hanno la sensazione di essere stati vittime di un inganno. È particolarmente attraente per loro essere inseriti nei contesti Caritas. Spendersi in una logica di relazione e cittadinanza attiva li fa diventare persone estremamente vive e vivaci. Le reazioni cambiano molto da persona a persona, ma generalmente oggi c’è più consapevolezza, quindi più permeabilità rispetto a modelli diversi. Noi cerchiamo di agire con gli stessi linguaggi e stratagemmi usati dal mercato e dalla pubblicità".

Queste esperienze, molto diffuse nel centro nord, possono funzionare ovunque? Anche al sud, dove le emergenze sociali sono più complesse?
"Così come sono forse non funzionerebbero in realtà così diverse, dov’è c’è anche un problema di legalità che si intreccia ai fenomeni di consumo. Ogni contesto deve partire dai propri interrogativi per darsi delle risposte. Ma credo che l’uomo sia uomo ovunque. C’è una sorta di mendacità propinata da questo modello di consumo. Instaurare anche al sud dei meccanismi di attivazione dei giovani, della comunità, riprendendo i valori del territorio, potrebbe funzionare benissimo".

Quale auspicio?
"L’auspicio è che si condivida l’attenzione a questi temi. È finito il tempo dell’altermondismo. Ormai sappiamo tutti che questa è l’unica strada percorribile. Non è più un tema ideologico o di parte perché il collasso del sistema ci racconta profondamente di una revisione necessaria dei modelli di produzione, di marketing e di consumo. È opportuno parlarne in termini pastorali e promuovere nelle nostre Chiese un dibattito teologico sulla custodia del creato e il rapporto con i beni. Questa riflessione nelle Chiese europee e nell’ecumenismo sta dando i primi, interessantissimi frutti. Ora dovrebbero diventare anche pane quotidiano delle nostre pastorali".

Quanto è importante partecipare, da cattolici, a iniziative come Terra Futura?
"Significa testimoniare che siamo profondamente consapevoli degli scenari attuali. Non siamo più coloro che vivono in un modo completamente astorico, ma testimoniamo che le nostre comunità si sporcano le mani, fanno la loro parte, non hanno paura ad identificarsi con altre identità e nel dialogo sono capaci di crescere".