TERREMOTO UN ANNO DOPO
È il bilancio tracciato da Vasco Errani, presidente della Regione Emilia Romagna e commissario delegato alla ricostruzione
Un incubo era cominciato, per le genti della Pianura padana, un anno fa, alle 4.03 del 20 maggio. Era la domenica dell’Ascensione, a Bologna la Madonna di San Luca stava per far ritorno sul colle della Guardia, tante famiglie nel Modenese e nel Ferrarese, come pure nel Mantovano e nel Reggiano, si stavano preparando per le prime comunioni e le cresime dei loro figli: le chiese sarebbero state affollate quella domenica. Una scossa di 5.9 gradi della scala Richter ha fatto tremare la terra, colpendo in particolare edifici vuoti: i capannoni industriali e, appunto, le chiese. Sette i morti, tra cui quattro operai che stavano facendo il turno di notte nelle loro aziende. In un certo senso, è stato provvidenziale che la scossa sia venuta nella notte, visti i disastri compiuti sui luoghi di culto. Ma l’incubo non era terminato ed è tornato prepotentemente poco più di una settimana dopo, il 29. Questa volta in pieno giorno, di mattina, portando a compimento l’opera distruttrice e facendo nuovi morti. Una nuova scossa alle 9 di mattina, 5.8 gradi, poi 5.3 e 5.2 in rapida successione all’ora di pranzo, con epicentro a Mirandola, Medolla e Cavezzo. Diciassette le vittime, 11 delle quali sui posti di lavoro; dei circa 350 feriti tre spireranno in ospedale nei giorni successivi. Sotto le macerie rimane pure don Ivan Martini, il parroco di Rovereto sulla Secchia, nella diocesi di Carpi, che era in chiesa per portare in salvo l’immagine della Madonna del Voto, venerata in Paese.
Molto è ancora da fare. A un anno dal sisma "molto è stato fatto" con "un grande lavoro di comunità", anche se bisogna riconoscere pure che "molto resta da fare". Questo, in sintesi, il bilancio tracciato dal presidente della Regione Emilia Romagna e commissario delegato alla ricostruzione, Vasco Errani. La popolazione ha reagito, si è rimboccata le maniche fin da subito: le aziende sono ripartite, vi è stato un significativo impegno del volontariato e dei giovani in servizio civile, le comunità parrocchiali hanno ottenuto nuovi luoghi dove celebrare l’Eucaristia e svolgere le diverse attività. Ma migliaia di persone sono ancora fuori dalle proprie abitazioni e in tanti casi alla messa in sicurezza degli edifici non ha fatto seguito l’inizio dei lavori di ripristino. Secondo i dati forniti dalla Regione, sono oltre 10mila le famiglie che negli ultimi mesi hanno beneficiato del Contributo di autonoma sistemazione, mentre 2.900 persone vivono in un migliaio di moduli prefabbricati abitativi realizzati in aree dove, a seguito della seconda scossa, è stato "impossibile reperire abitazioni agibili": si tratta di Cavezzo, Cento, Concordia sulla Secchia, Mirandola, Novi di Modena, San Felice sul Panaro e San Possidonio, oltre a diverse aree rurali.
Chiese provvisorie per celebrare l’Eucaristia. Per quanto riguarda le chiese, colpite in maniera durissima dalle scosse, dopo le messe in sicurezza e l’abbattimento, laddove non si poteva fare altrimenti, dei campanili – come a Buonacompra e a Bondanello (frazione di Moglia, nel Mantovano) – la ricostruzione deve ancora entrare nel vivo e sarà in funzione delle somme che verranno messe a disposizione. "Stiamo lavorando per costituire il programma degli interventi di ricostruzione", ha dichiarato a fine aprile a Bologna Carla Di Francesco, direttore regionale per i beni culturali, riferendosi alle 532 chiese emiliane danneggiate, ricordando che in totale "sono circa 1.600 i beni culturali danneggiati" e di questi "quelli di proprietà ecclesiastica rappresentano una parte rilevante". Nel frattempo, spuntano "chiese provvisorie" destinate, in alcuni casi, a durare per lungo tempo. La prima venne inaugurata a Novi, nella diocesi di Carpi, lo scorso 15 agosto grazie alla donazione di Telepace; a Villafranca di Medolla ne è sorta una realizzata in tempi brevi utilizzando un sistema di "anelli" prefabbricati chiamato Lombrico, ideato da un’azienda locale, la Intertecnica di Bomporto; la diocesi di Bologna ha inaugurato proprio il 18 e 19 maggio due nuove strutture a Renazzo e Crevalcore, destinate "ad accogliere le celebrazioni comunitarie fino alla riapertura della chiesa storica", progettate all’interno del laboratorio per le chiese provvisorie proposto dal Centro studi per l’architettura sacra e la città e dalla Fondazione cardinal Giacomo Lercaro. Mentre stanno giungendo a compimento i 17 centri di comunità realizzati dalla Caritas italiana "per riaggregare e rafforzare il tessuto sociale" nelle zone colpite: domenica 12 maggio c’è stata l’inaugurazione di quello a Reggiolo (Reggio Emilia), mentre tra giugno e luglio è prevista l’inaugurazione di altri quattro centri a Calto (diocesi di Adria-Rovigo), Vigarano Mainarda (Ferrara-Comacchio), San Felice sul Panaro (arcidiocesi di Modena-Nonantola) e Mirandola (Carpi). Nella consapevolezza che ci vorranno anni e tanti – forse troppi – soldi per sanare tutte le ferite del sisma, ma le comunità hanno diritto di guardare avanti, al futuro, con speranza.
a cura di Francesco Rossi