OLTRE LA PROTESTA
È questo il compito che spetta al Governo, alla Regione e ai Comuni, perché i cittadini della Val di Susa non restino senza risposte
Sono quasi vent’anni che in Val di Susa si protesta contro la Tav. Era infatti il marzo del 1995 quando a Sant’Ambrogio si scese per la prima volta in strada per dire no al cantiere che avrebbe "bucato" la valle e compromesso da un punto di vista ambientale tutto il territorio della bassa valle. Da allora la protesta è cresciuta, ha avuto momenti di tale coralità di popolo (marce con cinquantamila persone) da impressionare l’intero Paese e oltre. Oggi il no valsusino è diventata la bandiera per una svolta radicale della politica, dell’economia, dello sviluppo. Ma dentro a questa civilissima protesta, c’è la violenza di tante azioni. Tre fatti, uno dietro l’altro lo confermano.
Anzitutto i manifesti pro Luigi Preiti apparsi a Bussoleno (che è un po’ il cuore politico del no tav valsusino) dopo la sparatoria davanti a Palazzo Chigi. Poi un comando d’incappucciati, che di notte tende un agguato a un operaio che lavora al cantiere tav di Chiomonte. Il suo camion è raggiunto da un fitto lancio di pietre, che rompono i finestrini e colpiscono l’uomo. Sono circa 100 gli operai che lavorano al cantiere. In un blog, dopo questo grave episodio, abbiamo letto: "Essere operai non pulisce le coscienze. Rimangono solo crumiri". L’ultimo episodio, una settimana fa, di notte, l’assalto al cantiere di una trentina di persone, tutte incappucciate, commentato da tutti come un chiaro segnale di un cambiamento di strategia da parte della protesta violenta. Tanto che il Governo, il giorno dopo, ha inviato a Torino lo stesso vicepresidente del Consiglio e ministro degli Interni, Angelino Alfano, con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Maurizio Lupi. E, pochi giorni dopo, c’è stato un vertice a Roma con i sindaci di Susa, Bussoleno e Chiomonte, i tre Comuni maggiormente toccati dall’opera.
Il Governo Letta ha confermato l’opera e la sua intenzione di ratificarla quanto prima con il Governo francese. Pensiamo, per usare lo slogan della protesta valsusina, che comunque "sarà dùra" pure per il Governo. Anche perché adesso in Parlamento c’è una forza politica (i 5 stelle di Grillo) decisamente contraria all’opera. Quando il leader del Movimento venne a Susa, per un comizio, in campagna elettorale, Piazza d’Armi si riempì come non mai. E Grillo disse: qui non servono le bandiere no tav, siamo tutti no tav, abbassatele pure. E la folla ubbidì.
Mentre si ripropone un no senza se e senza ma alla violenza, per questo continuiamo a dire che il movimento no tav deve espellere i violenti dalle sue file, ci sembra indispensabile, e anche questo lo diciamo da anni, avviare un dialogo vero con il territorio, con chi vive là dove dovrà passare la tav. Cosa promessa e mai fatta. L’altro giorno ascoltavo lo sfogo di un uomo, che ha realizzato il sogno di una vita, la casa, proprio là dove sorgerà il grande cantiere della stazione internazionale di Susa. Da buon cittadino ha chiesto di essere ascoltato, di sentire le sue ragioni. Cosa gli hanno risposto? Per un po’ di anni lei vivrà come all’inferno. Ecco: non è così che si dialoga con la gente. Dunque, no alla violenza, e tocca farlo ai no tav, ma sì a un ascolto costruttivo, e tocca farlo al Governo, alla Regione e ai Comuni.