POLITICA ECONOMICA

Dove trovare l’ossigeno…

Forse proprio in quei 100 miliardi di euro che le pubbliche amministrazioni devono ai fornitori. Sono reperibili emettendo Bot e Btp a tassi bassi. I mercati e le istituzioni già sanno che quei soldi “sono” debito pubblico. Quindi già scontiamo gli effetti negativi, senza godere di quelli positivi

Primi passi per il governo Letta, tutti indirizzati sul fronte economico: c’è da allentare la presa fiscale su famiglie ed imprese, da incentivare l’economia e soprattutto le assunzioni. Anzitutto l’Imu, dalla forte valenza simbolica e politica, anche se poi quest’imposta sugli immobili "pesa" per poco più di 5 miliardi di euro. Un decreto ha "congelato" l’acconto di giugno per le prime case non di pregio (secondo la categoria catastale), per i terreni e i fabbricati agricoli. Si pagherà invece per seconde case, negozi e capannoni, ma la stessa Imu è sotto la lente governativa per opportune correzioni: appare ingiusto tassare beni strumentali come capannoni e negozi che già sono sottoposti a tassazione, e si pensa di aggravare l’imposta per chi possiede più di una "seconda casa".
Nel frattempo sono state trovate le risorse (circa un miliardo di euro) per finanziare la cassa integrazione in deroga, che pesa sulle casse dello Stato a differenza della cassa integrazione ordinaria che è alimentata da contributi di imprese e lavoratori. Rimane anche qui il dovere di mettere le mani su uno strumento che avrebbe come scopo quello di ridare fiato ad aziende in difficoltà, e non di allungare fittiziamente la vita di aziende defunte.
Queste mini-manovre hanno anche un altro obiettivo: quello di cancellare il punto di Iva in più che la legge farà scattare dal primo luglio. Vale qualcosa come 2 miliardi di euro: se si trovano risorse da altre parti, si può evitare che l’Iva salga dal 21 al 22 per cento, rifilando un’altra mazzata ai già deboli consumi interni. Si andrà a pescare tra le pieghe di un bilancio dello Stato che supera gli 800 miliardi di euro annui, altrimenti le tasse abbassate da una parte, torneranno subito dalla finestra.
E fin qui, non si crea nemmeno un posto di lavoro. C’è quindi bisogno di stimolare l’occupazione, perché la situazione è già ora insostenibile. Si ragiona su alcuni provvedimenti legislativi in merito a contratti a termine e apprendistato, in controtendenza con la stretta applicata dalla riforma Fornero che aveva come obiettivo la lotta alla "precarietà cattiva". Forse è meglio qualcosa di precario, che niente. E su questa strada si sta muovendo il governo.
Ma la ciccia più abbondante sta attorno all’osso dell’età pensionabile. La stessa ministro Fornero aveva drasticamente alzato l’età pensionabile, provocando alcuni effetti collaterali assai sgradevoli: i cosiddetti "esodati", cioè lavoratori in vista della pensione che si trovarono in un amen senza lavoro e senza appunto pensione; e il blocco di un turn over tra giovani e vecchi, con i primi fuori dalla porta e i secondi obbligati a lavorare fino a 66-68 anni. Da una maggiore flessibilità delle regole si potranno estrarre rapidamente decine di migliaia di posti di lavoro: i senior si potranno pensionare prima, con una lieve penalizzazione sull’assegno previdenziale (quindi addio esodati e maggior turn over). In più si sta studiando un meccanismo che porti a creare una staffetta tra dipendenti pubblici, in modo da "liberarsi" dei più maturi per far entrare forze fresche.
Questo è un meccanismo che si sta studiando pure per il settore privato, laddove il lavoratore senior potrebbe essere pagato anche con un anticipo di pensione, pesando meno sulle casse aziendali e permettendo l’impiego di risorse per nuove assunzioni.
Un buon incentivo all’occupazione potrebbe infine arrivare da sgravi fiscali mirati, che hanno come unico difetto quello di non avere risorse alle spalle. Perché il problema sta sempre lì: dove trovare soldi per la cassa integrazione, per la previdenza, per gli sgravi, per l’Iva… e via andare? Va da sé che, prima o poi, lo Stato dovrà rivolgersi con uno sguardo d’insieme più lungimirante sia alle proprie entrate che alle spese. Però quel che costa poco o punto, intanto si faccia.
Mentre non costerà nulla – e si attende che l’esecutivo-Letta provveda quanto prima – saldare i circa 100 miliardi di euro che le pubbliche amministrazioni devono ai loro fornitori. Sono soldi che appesantiranno il debito pubblico senza toccare il deficit: insomma, lo Stato può emettere Bot e Btp per pagare i suoi debiti. Ora lo può fare a tassi bassi, e quindi immettere tantissima liquidità che darà ossigeno alle banche, alle aziende, all’occupazione e quindi ai consumi: sarebbe criminale non farlo.
E non vale l’obiezione sull’aggravio del debito pubblico. I mercati e le istituzioni già sanno che quei soldi "sono" debito pubblico. Quindi già scontiamo gli effetti negativi, senza godere di quelli positivi. E qui si parla di 100 miliardi di euro, altro che i bruscolini dell’Imu prima casa: la ripresa italiana potrebbe partire proprio da qui.