ANALISI
Dibattito a Venezia per la vernice della 55ª Esposizione Internazionale d’Arte, la prima ad ospitare un padiglione del Vaticano. Un’anticipazione dei temi dell’incontro in un editoriale di Paolo Baratta
“Non abbandonarsi alla comoda genericità del termine ‘cultura’, cessare di compiacersi della nobile vaghezza della proclamazione della sua importanza, sollevare il velo di indeterminatezza, e cercare di essere un po’ più precisi e analitici su cosa si intende proporre. Quando chiediamo un’azione pubblica a favore della cultura, dobbiamo essere chiari e circostanziati almeno sul chi deve fare, e cosa, e come”. Lo afferma Paolo Baratta, presidente della Biennale di Venezia, in un articolo sulla rivista “Economia della cultura” che sarà presentato alla stampa il prossimo 31 maggio, nei giorni della vernice della 55esima Esposizione Internazionale d’Arte. Nel discorso del Presidente della Biennale si toccano molti temi: il ruolo dello Stato, gli interventi dei privati, la definizione di modello culturale.
Il dossier speciale di “Economia della cultura”. L’intervento di Baratta è stato pubblicato sul n. 4/2012 della rivista “Economia della Cultura”, all’interno di un dossier dal titolo “Testimoni della Cultura”, che contiene le opinioni di 25 persone “informate dei fatti” sulla situazione attuale e le prospettive delle politiche per la cultura nel nostro Paese. La domanda posta a tutti era “Cosa si deve fare e cosa non si deve fare per la cultura?”. Lo speciale fascicolo sarà presentato a Venezia il 31 maggio, durante i giorni della “vernice” della 55ma Esposizione Internazionale d’Arte, la prima ad ospitare un padiglione del Vaticano.
"Fuorviante l’idea di far intervenire i privati”. Secondo Baratta “appare fuorviante l’idea diffusa superficialmente negli ultimi anni che, date le condizioni della finanza pubblica, alla tutela e alla conservazione del patrimonio pubblico ‘ormai dovranno provvedere i privati. Tale proposizione è pericolosa oltre che irrealistica e neppure necessaria dal punto di vista economico. Non si può chiamare una nazione a raccogliersi incorno ad una missione che comporta responsabilità e oneri per tutti i titolari di patrimoni (pubblici e privati), se poi si conclude che il proprietario pubblico abdica, e non si assume per intero le sue responsabilità sulla sua parte. La proposizione non pare giustificata neppure dal punto di vista economico. Laddove i beni sono pubblici, l’azione di tutela spetta in primo luogo alla collettività, attraverso interventi a carico del sistema fiscale. Su questo punto non ci devono essere tentennamenti”.
La struttura pubblica per la tutela del patrimonio dei beni culturali. L’Italia vanta un grande patrimonio di beni reali ereditato dal passato: interi complessi urbani e territoriali, composti da monumenti, da strade, da piazze, da palazzi e da abitazioni, comuni, da centri storici e da paesaggi; un patrimonio solo in parte di proprietà pubblica e in gran parte privato. Il Ministero per i Beni Culturali (Mibac) è dotato di una struttura amministrativa distribuita su tutto il territorio nazionale. “Una struttura dello Stato centrale, ancorché operante su rutto il territorio, deve ‘vigilare operare tutelare’ i beni culturali e garantire l’intera nazione italiana di fronte all’evoluzione della vita civile e allo sviluppo delle azioni di privati e delle altre istituzioni di governo, centrali e locali”, ha scritto Baratta.
Le risorse dello Stato. “Dovremmo vergognarci”. Le disponibilità del Mibac per gli interventi sui beni culturali pubblici (restauri, scavi, interventi sul patrimonio, manutenzioni straordinarie), assommano a circa 160 milioni di euro all’anno. Meno di 3 euro per abitante all’anno. “Una misura di cui dovremmo vergognarci”, afferma il presidente della Biennale Paolo Baratta. “Sarebbe un risultato assai apprezzabile portare questa cifra da 3 a 9 euro a testa, per ottenere una svolta nella cura del patrimonio pubblico”, auspica Baratta. “Una imposta minima di scopo su un consumo popolare sarebbe sufficiente e pienamente compatibile con qualsivoglia azione di risanamento della finanza pubblica e con una spending review che abbia un minimo di coerenza. Al di là delle risorse – aggiunge Baratta -, rappresenta priorità della politica culturale l’affinamento delle capacità e delle professionalità del Mibac anche ai fini di una maggior capacità di progettazione e di spesa delle sue strutture… Ciò non toglie ovviamente che, laddove un bene da restaurare offra opportunità di svolgere pubblicità, si offrano occasioni a imprese private interessate (la materia è stata regolamentata con legge nel gennaio 2012), e che si possano individuare forme miste di intervento, per accrescere la cura. Altro è riconoscere questo, altro è teorizzare l’abdicazione dello Stato. Analogamente si può auspicare che le gestioni dei musei siano rese più efficienti, incentivandole con l’attribuzione diretta di entrate dai visitatori (almeno una quota)”.